Vittime di stalking: valutazione del rischio

Per quanto riguarda le vittime  l’attività di consulenza offerta consiste nel dare strumenti per riappropriarsi di una comunicazione alterata dallo stalker e per riprendersi in mano, per quanto possibile, gli spazi della quotidianità nella quale il molestatore agisce.

Durante il colloquio psico-criminologico si valuta il rischio che la vittima sta correndo poiché le condotte di stalking possono essere predittive ed indicative di comportamenti di aggressione. È difficile prevedere ciò che uno stalker può fare, quando e come.

Alcuni stalker si qualificheranno per fasi successive in poche settimane o addirittura giorni. In altri casi, gli stalker che si sono impegnati in alcune delle più gravi azioni possono lasciar passare mesi o anche anni senza tentare un contatto successivo.

Le analisi criminogenetica e criminodinamica del comportamento di stalking sono le basi per iniziare un processo di valutazione del rischio (risk assesment) e poi di conseguenza si può parlare di gestione del rischio (risk management).

Sono i tasselli essenziali per individuare l’intervento migliore proprio per “quel caso”, per prevenire la recidiva e l’escalation della violenza e per proteggere proprio “quella vittima”. Sono metodologie che a partire da una estrema individualizzazione e identificazione della tipologia di stalker cercano la migliore tutela della vittima.

La vittima è sostenuta nel riprendere controllo sulle cose normali di tutti i giorni, anche attraverso la compilazione diario dello stalking, nel non sentirsi in colpa ma soprattutto nel riconoscere e gestire la comunicazione con lo stalker.  In due, tre colloqui può eventualmente essere accompagnata a sporgere denuncia nei confronti del proprio molestatore.

Stalking: valutazione e interventi con gli stalker

I presunti stalker o autori di reato di stalking possono essere seguiti individualmente  secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI), con incontri settimanali, monitoraggio continuo e valutazione del rischio per una completa tutela della vittima. Il trattamento dura dai 9 ai 12 mesi.

Gli interventi con gli stalker sono ancora poco frequenti anche se le richieste per la valutazione psico-criminologica degli autori di stalking sono in aumento. Nella legge 15 ottobre 2013, n. 119, di conversione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 (sul c.d. femminicidio), è stato introdotto un meccanismo in sede cautelare, dove si è aggiunto all’art. 282-quater, comma 1, c.p.p. «Quando l’imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi socio-assistenziali del territorio, il responsabile del servizio ne dà comunicazione al pubblico ministero e al giudice ai fini della valutazione ai sensi dell’articolo 299, comma 2», ossia dell’attenuazione delle esigenze cautelari e della sostituzione della misura con altra meno gravosa.

Di fatto i servizi sul territorio non sono attrezzati per rispondere a queste esigenze e, soprattutto, non sono stati stanziati fondi. Ergo un autore di reato deve avere la possibilità economica di sostenere un percorso trattamentale presso un professionista privato competente.

Lo stalking in ambito relazionale

Lo stalking si può descrivere come un’estensione al concetto di violenza domestica: questo tipo di rappresentazione ricorda la c.d. “ruota del potere” di Duluth[1], un “gioco” di potere e di controllo sulla vittima e infatti l’obiettivo dello stalker è il potere, cioè giungere al controllo territoriale e spaziale vero e proprio sulla vittima, così che si trovi prigioniera. Lo stalking non è una nuova categoria diagnostica, ma a livello descrittivo è una “deviazione quantitativa” di un comportamento consueto.

Anche se la fenomenologia di stalking sembra essere piuttosto omogenea, le tipologie di stalker sono distinte: devono essere considerate le relazioni carnefice-vittima e gli aspetti motivazionali, questo perché studi internazionali dimostrano come uno stalker possa avere un numero anche consistente di vittime durante il suo ciclo di vita.

[1] Questo concetto è stato elaborato negli USA da un gruppo di donne maltrattate, di operatrici e ricercatrici che facevano parte del progetto Duluth (1993). Ellen Pence e Micheal Paymar- Education groups for men who batter: the Duluth model. Tratto da: http://www.theduluthmodel.org/pdf/PowerandControl.pdf

Cosa fa lo psicologo giuridico e forense

Lo Psicologo giuridico e forense
Classificazione EUROPSY
La Psicologia giuridica assume come ambito di studio e di intervento individui e gruppi nel contesto della giustizia proponendosi anche di connettere scienze psicologiche, scienze umane e diritto. Si occupa, infatti dei processi cognitivi, emotivi e comportamentali aventi rilevanza per l’amministrazione della giustizia, con riferimento alle persone intese sia come autrici di reato sia partecipanti al processo giudiziario in qualità di imputati, testimoni, parti lese, avvocati e giudici; si occupa, inoltre, dei problemi psicologici connessi con la costruzione, l’applicazione e l’adesione individuale e collettiva a norme e regole del comportamento e della convivenza umana, con una interlocuzione diretta con le discipline
giuridiche. Sulla base di teorie, metodi e strumenti psicologici analizza l’interazione tra persona e sistema della giustizia amministrativa, civile, penale, minorile ed ecclesiastica, focalizzandosi sullo studio scientifico di costrutti e processi psicologici di rilievo giuridico, secondo i paradigmi della psicologia cognitiva, sociale, evolutiva, dinamica e della personalità (ad esempio, la presa di decisione, la testimonianza e il suo grado di accuratezza, il grado di affidabilità del processamento delle informazioni, l’influenza di vari fattori personali e situazionali sulla memoria, le false credenze e memorie, le confessioni, il ragionamento giudiziario, l’effetto della testimonianza di esperti e periti, ecc.).

Le applicazioni delle conoscenze e dei metodi di psicologia clinica al contesto giudiziario costituiscono un ausilio sia per l’emissione di sentenze sia per tutelare interessi di parte. Ci si riferisce, ad esempio, all’assessment e alla diagnosi psicologica, alla valutazione della pericolosità, dell’imputabilità e responsabilità penale di adulti e minori, alla valutazione e quantificazione del danno psichico ed esistenziale, al criminal profiling, alla valutazione di minori e del contesto familiare in casi di pregiudizio, all’assessment di minori autori di reato, alla valutazione dei minori e delle capacità genitoriali in casi di affidamento per separazione o divorzio, alla mediazione e risoluzione dei conflitti, alla valutazione per lo sviluppo di percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo di autori di reato, ecc.

Vengono affrontate, inoltre, le problematiche psicologiche connesse con la pratica giudiziaria (stili di risposta, processi di ragionamento e dinamiche relazionali delle diverse figure che partecipano al processo, attendibilità delle deposizioni, effetti psicosociali della reclusione, ecc.) nonché gli impatti sociali del sistema legale (epidemiologia e prevenzione dei reati, atteggiamenti verso la giustizia, sicurezza urbana, competenze degli operatori della giustizia, ecc.).

I numerosi oggetti di studio e le diverse metodologie adottate, definiscono dei sottoinsiemi di attività che ricevono anche denominazioni differenti, come ad esempio: la psicologia criminale (studia e interviene sulla persona deviante e autrice di reati); la psicologia forense (si occupa delle problematiche psicologiche della persona che partecipa al processo come imputato, parte lesa, denunziante, testimone, accusatore, difensore e giudice); la psicologia penitenziaria (studia e interviene sulla persona in quanto condannata; cfr. apposita scheda); la psicologia legale, che attiene ai costrutti psicologici necessari per la comprensione, l’applicazione e gli effetti psicologici delle norme.

La psicologia giuridica ha definito il proprio modus operandi professionale non solo nel rispetto del Codice deontologico degli psicologi, ma esplicitando specifiche linee guida condivise dagli psicologi del settore (Carta di Noto, 1996, aggiornamenti 2002 e 2011; Linee guida deontologiche per Psicologo Forense dell’Associazione Italiana Psicologia Giuridica, Torino, 1999).

Nel loro lavoro quotidiano, per il quale sono necessarie anche conoscenze approfondite delle leggi e delle procedute vigenti nel contesto legale e giudiziario, gli psicologi giuridici interagiscono con molte figure professionali come, ad esempio, magistrati, avvocati, psichiatri, neuropsichiatri infantili, criminologi, educatori, assistenti sociali e responsabili di Servizi, forze dell’ordine, ecc.. Leggi tutto “Cosa fa lo psicologo giuridico e forense”