Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale

Nel sito del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale leggiamo che  molti paesi europei prevedono una figura di garanzia dei diritti delle persone private della libertà.

In Italia un percorso avviato fin dal 1997 ha portato all’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale alla fine del 2013, ma la nomina del Collegio e la costituzione dell’Ufficio, che hanno consentito l’effettiva operatività, sono avvenuti solo nei primi mesi del 2016.

È stato per me un grande onore essere accolta tra gli esperti del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene, crudeli, inumani o degradanti.

Il “Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale” è un organismo statale indipendente in grado di monitorare, visitandoli, i luoghi di privazione della libertà (oltre al carcere, i luoghi di polizia, i centri per gli immigrati, le Residenze per le misure di sicurezza – REMS, recentemente istituite dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, gli SPDC – cioè i reparti dove si effettuano i trattamenti sanitari obbligatori, ecc.).

Scopo delle visite è quello di individuare eventuali criticità e, in un rapporto di collaborazione con le autorità responsabili, trovare soluzioni per risolverle. Inoltre, presso le istituzioni sulle quali esercita il proprio controllo, il Garante nazionale ha il compito di risolvere quelle situazioni che generano occasioni di ostilità o che originano reclami proposti dalle persone ristrette, riservando all’autorità giudiziaria i reclami giurisdizionali che richiedono l’intervento del magistrato di sorveglianza.

Dopo ogni visita, il Garante nazionale redige un rapporto contenente osservazioni ed eventuali raccomandazioni e lo inoltra alle autorità competenti. Ogni rapporto, normalmente un mese dopo essere stato recapitato, viene pubblicato sul sito web del Garante nazionale, unitamente alle eventuali risposte pervenute.

Ciò che condivido appieno e che sostanzia la motivazione della mia partecipazione come esperto  lo trovo scritto nel  Codice di autoregolamentazione  all’articolo 2 e all'articolo 3. 

Art. 2, Funzioni del Garante, si legge:

Il Garante costituito in collegio, composto dal Presidente e due membri, nel rispetto delle competenze attribuite dalla legge istitutiva e dal regolamento e in conformità ai principi di cui alla parte IV, articoli da 17 a 23, del Protocollo ONU:

c) esamina con regolarità la situazione delle persone private della libertà che si trovano nei luoghi, anche mobili, di cui all’art. 4 del Protocollo ONU e intrattiene colloqui riservati con le persone private della libertà, senza testimoni, direttamente o tramite un interprete se ritenuto necessario, nonché con qualunque altra persona che ritenga possa fornire informazioni rilevanti;

d) si adopera fattivamente al fine di migliorare il trattamento e la situazione delle persone private della libertà e di prevenire fenomeni di tortura e altre pene o trattamenti crudeli inumani o degradanti, proponendo, se necessario, il rafforzamento delle misure di protezione alla cui definizione perviene anche attraverso scambi di informazioni e reciproca collaborazione con il Sottocomitato di cui all’articolo 2 del Protocollo ONU e i meccanismi nazionali di protezione istituiti da altri Stati che hanno ratificato il Protocollo ONU;

e) redige la Relazione Annuale sull’attività svolta, contenente l’illustrazione degli obiettivi e l’analisi dei risultati. La relazione è trasmessa al Presidente della Repubblica, anche nella veste di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente della Corte Costituzionale, al Presidente del Senato della Repubblica, al Presidente della Camera dei Deputati, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Difesa, al Ministro della Giustizia, al Ministro dell’interno e al Ministro della Salute. La Relazione è pubblicata sul sito internet del Ministero della giustizia e su quello del Garante

L’Articolo 3: Compiti del Garante

Il Garante espleta liberamente il proprio mandato a tutela dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale avvalendosi delle strutture e delle risorse messe a disposizione dal Ministero della giustizia, nonché da altre Amministrazioni dello Stato e da organizzazioni comunitarie e internazionali che operano in linea con le finalità della legge istitutiva e nel rispetto dei principi del Protocollo ONU.

In modo del tutto indipendente e senza alcuna interferenza il Garante:

a) promuove e favorisce rapporti di collaborazione con i garanti territoriali e con altre figure istituzionali, comunque denominate, che hanno competenza nelle stesse materie del Garante. I garanti regionali potranno essere invitati a collaborare anche attraverso il coordinamento dell’attività dei garanti locali ove costituiti;

b) vigila affinché l’esecuzione della custodia delle persone detenute, degli internati, delle persone sottoposte a custodia cautelare in carcere o ad altre forme di limitazione della libertà personale avvenga in conformità alle norme e ai principi stabiliti dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali sulla promozione e la protezione dei diritti delle persone e della loro dignità ratificate dall’Italia, dalle leggi e dai regolamenti vigenti;

c) visita con regolarità, senza necessità di alcuna autorizzazione, gli istituti penitenziari, le residenze per le misure di sicurezza psichiatriche e le altre strutture, anche mobili, destinate ad accogliere le persone sottoposte a misure di sicurezza detentive, le comunità terapeutiche e di accoglienza o comunque le strutture pubbliche o private ove si trovino persone sottoposte a misure alternative al carcere o alla misura cautelare degli arresti domiciliari, gli istituti penali per minori e le comunità di accoglienza per minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria;

d) visita altresì, con regolarità, senza necessità di alcuna autorizzazione, le camere di sicurezza delle Forze di polizia di qualunque appartenenza, accedendo, senza restrizioni, a qualsiasi locale adibito alle esigenze restrittive;

e) prende visione, previo consenso anche verbale dell’interessato, degli atti contenuti nel fascicolo della persona detenuta o privata della libertà personale, e comunque degli atti riferibili alle condizioni di detenzione o privazione della libertà personale;

f) richiede alle amministrazioni responsabili delle strutture, indicate nella lettera c) e d), le informazioni e i documenti ritenuti necessari per l’espletamento dei propri compiti. Nel caso l’amministrazione non fornisca risposta nel termine di trenta giorni, informa l’autorità giudiziaria competente alla quale può richiedere l’emissione di un ordine di esibizione per le visite di cui alla lettera c); nonché informa le autorità competenti perché intervengano disponendo la consegna della documentazione richiesta per le visite di cui alla lettera d);

g) ove accerti il mancato rispetto delle norme dell’ordinamento penitenziario, che comporti la violazione dei diritti delle persone private della libertà e dei corrispondenti obblighi a carico dell’amministrazione responsabile ovvero la fondatezza delle istanze e dei reclami, proposti ai sensi dell’articolo 35 della legge 25 luglio 1975, n. 354, Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, formula rilievi motivati e specifiche raccomandazioni alle amministrazioni interessate. L’amministrazione, in caso di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di trenta giorni. Alla scadenza di tale termine, i rilievi, le raccomandazioni e le risposte dell’amministrazione, ove pervenute, sono resi pubblici sul sito Internet del Garante, senza indicazioni dei nomi delle persone coinvolte, e all’occorrenza, possono essere trasmessi al Sottocomitato sulla Prevenzione di cui all’art. 2 del Protocollo ONU;

h) verifica il rispetto degli adempimenti di cui agli articoli 20, 21, 22 e 23 del Regolamento recante nome di attuazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma degli articoli 1, comma 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286, approvato con il DPR 31 agosto 1999, n.394 e successive modificazioni e integrazioni, accedendo, senza alcun preavviso e restrizione, ai CIE, alle strutture comunque denominate predisposte per la foto segnalazione o altre forme di registrazione di persone provenienti da paesi terzi il cui ingresso o la cui presenza sul territorio nazionale sia irregolare;

i) verifica altresì il rispetto degli adempimenti connessi alla tutela dei diritti umani fondamentali e della dignità della persona accedendo, senza alcun preavviso e restrizione, in qualsiasi luogo, inclusi gli aeromobili e altri mezzi di trasporto, si trovino le persone private della libertà per ordine di un’autorità amministrativa o giudiziaria;

j) monitora le modalità con le quali avvengono i rimpatri forzati e l’allontanamento per via aerea o navale di cittadini di paesi terzi di cui alla Direttiva 2008/115/CE, articolo 8, comma 6, secondo le relative procedure previste in sede FRONTEX e FRA. Ove accerti violazioni dei diritti e dei corrispondenti obblighi a carico delle amministrazioni responsabili, formula rilievi e raccomandazioni al fine di migliorare il trattamento e la situazione delle persone coinvolte e di prevenire fenomeni di tortura e altre pene o trattamenti crudeli inumani o degradanti, proponendo, se necessario, il rafforzamento o la modifica delle misure di protezione vigenti. L’amministrazione interessata comunica le proprie osservazioni nel termine di trenta giorni. Alla scadenza di tale termine i rilievi, le raccomandazioni e le osservazioni dell’amministrazione, ove pervenute, sono resi pubblici sul sito Internet del Garante e, all’occorrenza, trasmessi per conoscenza alle competenti strutture del Sottocomitato sulla prevenzione di cui all’art. 2 del Protocollo ONU, del FRONTEX e della FRA.

Ove nel corso di una visita ritenga che la situazione in atto costituisca violazione dell’articolo 3 della CEDU (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”), il Garante informa tempestivamente l’autorità competente perché provveda senza indugio a interrompere la violazione in atto, dandone contestuale comunicazione all’autorità giudiziaria e al Ministro di riferimento per gli interventi di pertinenza.

Lo Stato italiano ha conferito al Garante nazionale altri tre compiti.

Il primo riguarda un obbligo derivante dalla ratifica del protocollo opzionale delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura. L’adesione a tale protocollo prevede che lo Stato debba predisporre un meccanismo nazionale indipendente (NPM) per monitorare, con visite e accesso a documenti, i luoghi di privazione della libertà al fine di prevenire qualsiasi situazione di possibile trattamento contrario alla dignità delle persone. Per tale compito il Garante nazionale, coordina i Garanti regionali, dando ad essi “forme” e procedure comuni.

Il secondo riguarda il monitoraggio dei rimpatri degli stranieri extra-comunitari irregolarmente presenti sul territorio italiano e che devono essere accompagnati nei paesi di provenienza. La direttiva europea sui rimpatri (115/2008) prevede che ogni paese monitori la situazione con un organismo indipendente.

Infine, al Garante Nazionale, in quanto NPM, è stato attribuito il compito di monitorare le strutture per persone anziane o con disabilità, in base alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

Il Garante nazionale è costituito in Collegio. Gli attuali membri sono il Presidente, Mauro Palma, e le componenti, Daniela de Robert ed Emilia Rossi.

La vittima di stalking e il danno psicologico

Lo stalking produce un danno psicologico alle vittime.

La continua e ripetuta  violazione della libertà personale posta in essere mediante stalking può condurre a reazioni psichiche delle vittime, con importanti modificazioni ed alterazioni della sfera emotiva, affettiva e relazionale. Questa condizione può determinare e sfociare in un vero e proprio disturbo psicopatologico.

Il fatto che lo stalking spesso si protragga per molti mesi o anni lo distingue da altri crimini interpersonali “acuti”, per esempio lo stupro o la rapina che si verificano una sola volta in uno spazio di tempo relativamente breve. Lo stalking per essere tale  è, per sua stessa natura, “cronico”.

Le vittime vivono come in una gabbia, si sentono prigioniere di una rete che le controlla e le opprime.

A causa di questa “cronicità” dei reiterati e persistenti comportamenti di stalking, le vittime sempre vivono in uno stato di minaccia, di pericolo. A volte, nei casi più invasivi o nelle vittime più esposte,  questo stato di allerta perdura per molto tempo anche dopo che i comportamenti di stalking hanno avuto fine.

Le vittime poi possono essere anche le persone attorno alla “vittima primaria“.  Lo stalking infatti è un comportamento che può coinvolgere anche familiari, parenti e amici della persona presa di mira, mettendoli in pericoli e riducendo drasticamente la loro qualità di vita.

Purtroppo sono ancora scarse le ricerche volte a stilare i fattori di rischio di vittimizzazione, eccetto la maggior probabilità per il sesso femminile.

Classificazione delle vittime

Pathè, Mullen e Purcell classificano le vittime secondo la relazione con l’aggressore e il contesto iniziale delle molestie:

  • Ex-Partner: la vittima è tipicamente una donna, benché non manchino casi di uomini perseguitati da ex-mogli. C’è anche una piccola percentuale di stalking perpetrato anche da aggressori dello stesso sesso della vittima. Vista la precedente relazione sentimentale con il molestatore, queste vittime sono soggette a lunghi periodi di molestia, e sono più probabilmente oggetto di violenza fisica. Spesso oltre allo stress emotivo, le vittime sviluppano un forte senso di colpa, credendo di aver istigato il comportamento dello stalker.
  • Amici e conoscenti casuali: la vittima è generalmente un uomo, preso di mira dopo un incontro occasionale. Lo stalking è poco persistente e non arriva quasi mai alla violenza fisica.
  • Professionisti: senza distinzione di genere, possono diventare bersaglio di stalking tutti quei professionisti che lavorano in contatto con persone sole, vulnerabili o disturbate mentalmente. Insegnanti, avvocati o infermieri ne sono un esempio, sebbene le categorie più a rischio siano rappresentate da psicologi e psichiatri. Operano in questa categoria stalker “incompetenti”, “in cerca di intimità” o “rifiutati”, soggetti quindi, incapaci, di rispettare il confine della relazione terapeutica il cui eventuale termine può costituire un momento di stress e un vissuto abbandonico facilmente interpretabile come un rifiuto.
  • Sconosciuti: le vittime perseguitate da sconosciuti corrono un minor rischio di violenza fisica. Però i sentimenti più frequenti che le vittime provano sono quelli di confusione e disorientamento per l’incapacità di dare un senso alle persecuzione e all’identità dello stalker tanto che diventa perfino difficile uscire di casa.
  • Persone famose: le vittime sono persone con una grande visibilità pubblica e mediatica come attori, modelle, cantanti, campioni sportivi o politici.
  • False vittime: le vittime inventano lo stalking come conseguenza sia di una patologia (deliri o disturbi fittizi) sia di una consapevole macchinazione ai danni di qualcun altro.

Danni psicologico alle vittime di stalking

La letteratura scientifica avverte che lo stalking può comportare l’insorgenza di quadri di interesse psicopatologici:

  • i quadri più comuni sono rappresentati dai Disturbi dell’Umore (Disturbo dell’Adattamento, Disturbo Distimico e Disturbo Depressivo Maggiore), dai Disturbi d’Ansia (Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Post Traumatico da Stress-DPTS- e Disturbo da Attacchi di Panico) e dai Disturbi Somatoformi;
  • mutamenti caratteriali con comparsa o accentuazione di sospettosità, paurosità, introversione, stato di allarme;
  • la tipica triade sintomatologica caratterizzata da hopelessness (mancanza di speranza), helplessness (senso di non poter essere aiutati) e worthlessness (sentimento di autosvalutazione);
  • paura, vergogna, senso di perdita, minor fiducia negli altri, senso di isolamento.

Nel campione di Purcell et al., un terzo delle vittime manifestava ancora problemi psico-patologici ad un anno dalla fine dello stalking.

In particolare, alcuni Autori descrivono una vera e propria sindrome specifica nella vittima di stalking, definita S.T.S. (Stalking Trauma Syndrome) e caratterizzata da aspetti analoghi ad altre fattispecie quali il disturbo post traumatico da stress (DPTS), la sindrome da maltrattamento e la sindrome da trauma da rapimento.

 

  • Bibliografia di riferimento
  • Curci G., Galeazzi G.M., Secchi C., La sindrome delle molestie assillanti (stalking), Bollati Boringhieri, 2003. ENVIS, Network Europeo sulle Vittime del Crimine, Vittime del crimine. Diritti ed esperienze di supporto in Europa, 2007
  • Hall D.M., The victims of stalking, 1998.In: Meloy JR, ed. The Psychology of Stalking: Clinical and Forensic Perspectives. San Diego: Academic Press; 1998:113-137
  • Kamphuis JH, Emmelkamp PMG. Traumatic Distress Among Support Seeking Female Victims of Stalking. Am. J. Psychiatry, 2001; 158: 795-798.
  • Meloy JR. Stalking: the state of the science. CrimBehavMent Health 2007;17:1-7.
  • Meloy JR., Stalking (obsessional following): a rewiew of some preliminary studies. Aggression Violent Behav., 1996; 1: 147-162.
  • Meloy JR., Stalking: an old behavior, a new crime. Psych. Clin. North Am. 1999; 22.
  • Meloy JR., The psychology of stalking: clinical and forensic perspectives, San Diego, Academic Press, 1998
  • Meloy JR., The scientific pursuit of stalking. Specialized training service. San Diego, CA: Academic Press 2006.
  • Meloy JR., Violence risk and threat assessment. San Diego: Specialized Training Services 2000.
  • Mullen P, Pathè M, Purcell R, et al. Study of stalkers. Am J Psychiatry 1999;156:1244-9.,
  • Mullen P, Pathè M, Purcell R. Stalkers and their victims. Cambridge: Cambridge University Press 2000. In Palmieri G., Giannini M., Propensione allo stalking: un nuovo strumento di misura, GiornItalPsicopat2010;16:182-191

Reati sentinella, stalker e interventi psico-criminologici

I comportamenti di molestie e poi di stalking possono esssere considerati reati c.d. sentinella. Reati che anticipano condotte lesive fino all’omicidio.

Il trattamento per i presunti stalker o autori di reato di stalking e di comportamenti aggressivi è sempre più richiesto dagli avvocati difensori.   E’ fondamentale che l’approccio trattamentale si basi  sulle maggiori evidenze scientifiche. A Padova gli stalker sono seguiti secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI).

Interventi di prevenzione

Il giudice Roia nel suo libro Crimini contro le donne: Politiche, leggi, Ibuone pratiche” invita anche all’intervento trattamentale sull’autore di reato nella fase di cognizione. Ovvero l’imputato, qualora non siano presenti psicopatologie che incidano negativamente sulla capacità d’intendere e di volere, deve-può essere trattato. Il trattamento è necessario per acquisire la percezione del disvalore giuridico e sociale del comportamento in ottica di prevenzione della recidiva. E sono trattamenti sul riconoscimento e consapevolezza delle emozioni e dei comportamenti aggressivi e violenti, di rieducazione alla socialità e di riduzione del rischio della recidiva.

La partecipazione ai programmi di trattamento ha effetti anche per la vicenda giudiziaria del soggetto. in particolare:

Quando l’imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi del territorio il responsabile del servizio ne dà comunicazione al P.M. e al Giudice ai fini della valutazione (attenuazione delle esigenze cautelari).

L’indagato sottoposto ad una misura cautelare non detentiva accetta un’osservazione trattamentale per poter ottenere dei benefici sul piano dell’attenuazione o revoca della misura coercitiva adottata. L’osservazione va da sé che deve essere rigorosa e strutturata per evitare manipolazioni o adesioni strumentali al fine di ottenere benefici.

L’importanza dei reati c.d. sentinella del maltrattamento

Il giudice Roia parla anche d’interventi per anticipare la soglia di osservazione dei reati c.d. sentinella del maltrattamento. Ovvero di quelle situazioni violente e aggressive segnalate da diversi agenti istituzionali o sociali che arrivano al Questore il quale può procedere all’ammonimento, cioè con un ordine di cessazione della condotta violenza, dell’autore di fatto.  E l’intervento trattamentale può essere proposto in fase di ammonimento o addirittura rafforzare l’atto amministrativo dell’ammonimento con un’ingiunzione trattamentale.

Questo perché alcuni comportamenti e modalità di comunicazione del presunto stalker sono da considerare “eventi sentinella” cioè eventi che preludono a quell’escalation del comportamento di stalking e violenza che ben conosciamo.

Diventa  importante ai fini della prevenzione di violenza e maltrattamento riconoscere i reati c.d. sentinella, le comunicazioni violente e tutti i comportamenti molesti che possono diventare reato di stalking. Quindi  abbinare all’ammonimento del Questore dei colloqui psico-criminologici è fondamentale. Questi colloqui servono per limitare ed effettivamente intervenire sulla prevenzione della commissione dei reati. Interventi preventivi per la tutela della vittima piuttosto che  repressione dei comportamenti quando già sono avvenuti e la vittima ha già subito un danno.

Il Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI)

I colloqui trattamentali indagano gli aspetti criminogenetici e criminodinamici del comportamento persecutorio e/o violento e perciò sono la base per la valutazione del rischio di commissione reato. Il trattamento molto importanteper la tutela della vittima.

Inoltre, la letteratura indica diverse tipologie di stalker, diverse tipologie di maltrattanti e abusatori e durante il colloqui si chiariscono questi aspetti. Definire   le tipologie, le categorie è essenziale per la scelta degli interventi più efficaci.

Anche a Padova esiste la possibilità del trattamento per i presunti stalker o autori di reato di stalking e di comportamenti aggressivi.  Gli indiziati e gli indagati sono seguiti secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI) che si basa sulle maggiori evidenze scientifiche.

Gli incontri sono individuali proprio per aderire alle richieste  cautelari,  o delle indicazioni dell’ammonimento o in base alle esigenze socio-personologiche del soggetto.

Gli incontri di Trattamento psico-criminologico integrato sono settimanali, con monitoraggio continuo e frequenti valutazioni del rischio per una completa tutela della vittima. Il trattamento dura dai 9 ai 12 mesi.

Fondamentale è il continuo contatto e confronto con il difensore o gli Enti preposti invianti.

 

Violenza domestica e separazioni conflittuali: corso di formazione a Padova

Il corso di formazione Vittime di violenza domestica: tutele e sostegni nelle separazioni conflittuali in partenza a Padova il 16 novembre 2018 nasce dal riconoscimento dei bisogni delle donne maltrattate che si rivolgono a noi per essere seguite nelle cause di separazione.

Le vittime di violenza domestica sono donne sole, spesso povere, sempre “infragilite” da episodi o da anni di violenza di genere; e maltrattamento nelle relazioni familiari.

L’essere vittima di violenza di genere da parte di altro essere umano con il quale si hanno relazioni affettive  e fiduciarie, in modo costante e in tutti gli ambiti della vita ha un effetto traumatico importante.

La violenza di genere effetti bio-psico-sociali, che compromettono e disorganizzano l’equilibrio della vittima, amplificandone le fragilità, creandone di altre ampliando le sue preesistenti fragilità.

Arrivano a noi per cause di separazioni “conflittuali”, ovvero separazioni dove la violenza e il maltrattamento subìto vengono  minimizzati, non riconosciuti come reati e ridefiniti come “conflitti”.

Le donne a  volte sono vittime fragili ma sono viste sempre come colpevoli.

La situazione delle donne vittime di maltrattamento durante le separazioni, presentate sempre come “conflittuali”, a volte è definibile solo come vittimizzazione secondaria, cioè vittimizzazione ad opera delle istituzioni e della cultura dominante.

La vittimizzazione secondaria è intesa quando la vittima, cioè la persona che ha subito un reato, diviene vittima ancora una volta quando entra in contatto con il sistema delle istituzioni e del sistema giudiziario.

Ciò troppo spesso accade alle donne vittime di maltrattamento:  spesso diventano vittime secondarie a seguito dei metodi usati nei loro confronti durante la raccolta delle denunce, durante le valutazioni dei servizi e nelle Consulenze tecniche d’ufficio (CTU) per l’affido dei figli.

Gli effetti di questa vittimizzazione secondaria sono variabili e sono conseguenze sfavorevoli ad uno sviluppo e mantenimento relazionale ed emozionale equilibrato che le donne e i loro figli subiscono.

Accade anche che gli effetti della vittimizzazione secondaria sono talmente elevati da pregiudicare il risultato positivo della richiesta giudiziaria di tutela.

Vittime di violenza domenistica: cosa accade alle donne

Molte donne maltrattate, e specialmente se hanno figli minori, rinunciano alle azioni giudiziarie di denuncia proprio perché sanno che non saranno credute, non saranno ascoltate, non verrà riconosciuto loro di essere state vittime primarie di un reato ma soprattutto verrà discusso se sono state “buone madri” o meno. Se “almeno” sono state in grado di tutelare e difendere i figli.

Dico “almeno” perché in contesti di CTU viene spesso usata questa frase a seguire dalla mera constatazione che “si, forse la signora ha subito maltrattamento ma… parliamo del fatto se è una buona madre”! Quasi che si parlasse di due persone diverse!

La vittimizzazione secondaria è reale e concreta quando il contesto istituzionale e culturale viene a ledere la vittima e a frustrare suo desiderio di giustizia.

La vittimizzazione secondaria colpisce sempre più le persone fragili soprattutto donne maltrattate che sono soprattutto donne infragilite dal lungo periodo di maltrattamento e di violenza domestica.

Richiamo che la violenza domestica è violenza fisica, psichica, relazionale, sociale, economica e spirituale, specie quando riesce a fare si che la vittima non si riconosca più come persona, ovvero come portatrice di autonomie, di diritti  e come distinta e separata dal suo maltrattante.

Spesso sono donne che, valutate nelle loro capacità genitoriali, vengono accusate di non essere state in grado di tutelare i figli ma soprattutto sono accusate di essere “cattive madri”, o madri non competenti, o peggio, madri che agiscono alienazione parentale. Ovvero di non tutelare abbastanza la figura maschile, la figura del padre dei propri figli.

Alle donne vittime di maltrattamento viene chiesto di tutelare agli occhi del minore la figura paterna, proprio quel padre che il minore spesso ha visto che picchiava la mamma o che comunque la maltrattava.

Alle donne è chiesto proprio come compito di una buona madre, in nome della genitorialità e per il supremo bene dei figli. Perché, viene loro spiegato, “è sempre il padre dei tuoi figli e il conflitto è tra voi”.

Donne maltrattate: la negazione di violenza e maltrattamenti

Quindi vi è una negazione della violenza e dei maltrattamenti. Si parla più facilmente di conflitto, ovvero di un comportamento, non di un reato, che è agito tra due persone alla pari.

La violenza e il maltrattamento in famiglia invece sono azioni di potere e controllo su una vittima, ovvero tecnicamente sono focus e problematiche diverse.

Durante le CTU spesso vengono poste domande ad indagare come mai la signora non se n’è andata prima, come mai non ha risorse psicologiche, come mai prende antidepressivi o tranquillanti, e le risposte della donna servono “solo” a rinforzare l’ipotesi che non è in grado di tutelare i figli e la figura del padre, quindi…. non è una buona madre e pazienza se è stata maltrattata ma chissà lei cosa ha fatto.

Ovvero quando viene sollevato il problema della violenza domestica o della tutela dei minori che assistono, i professionisti (molte di genere femminile) spesso tendono a ignorarlo, minimizzarlo o a non tenerlo nella dovuta considerazione.

Le vittime di violenza domestica sono donne  che vengono inoltre giudicate per la loro moralità e per come si vestono, per come si truccano, per come cucinano, per le loro unghie lunghe magari laccate, per le (molte?) storie di fidanzati come se queste informazioni le rendessero più o meno credibili, più o meno 2capaci” di essere buone madri.

Nei casi di separazione dove le donne erano chiaramente vittime di violenza e maltrattamenti, cioè con certificazioni di accessi o ricoveri in ospedale e diagnosi sanitarie, con denunce e varie prescrizioni emanate a loro tutela e per loro incolumità, non ho visto considerare nelle CTU e nella valutazione delle capacità genitoriali gli effetti della violenza e dei traumi sulla vittima, come donna e come madre.

La violenza viene “espulsa” dalla CTU e spostata in una zona d’ombra, altra della donna. In CTU si parla in astratto solo della madre, della donna che ha rapporti “conflittuali” con il padre. Come se fossero due persone diverse.

Vediamo sempre più nei nostri studi donne vittime rese impotenti dai meccanismi di una giustizia che sembra non tener conto delle complessità della vita delle persone.

Sono donne che spesso si ritirano anche dalla CTU dicendoci che “tanto hanno già deciso”, “tanto diranno che sono matta”,  “diranno che non ho fatto”, “che non sono stata capace”, “che avrei dovuto fare”.

Sono donne fragili, incapacitate da anni e da storie di maltrattamenti, rese non autonome e che non credono di farcela.

Così il loro abbandonare, spesso anche per difficoltà economiche, viene visto come la “prova regina”, semmai ce ne fosse stato bisogno, della loro non adeguatezza come madri.

Proprio questo ritiro delle donne, i loro racconti senza speranza della violenza di genere, il non ascolto da parte delle istituzioni e dei professionisti sono stati volano per creare un momento di riflessione su questi temi, in tempi di restrizione dei diritti e di proposte di modifica sulle tematiche dell’affido e delle separazioni.

Violenza domestica e separazioni conflittuali: il corso di formazione

Di violenza domestica e separazioni conflittuali parleremo e discuteremo  nel corso di formazione il 16 novembre 2018 a Padova.

Argomenti sulla violenza di genere di cui tratteremo nel corso:

  • La violenza sulle donne e suo riconoscimento nelle separazioni: aspetti psico-criminologici
  • Maltrattamenti: denuncia, misure cautelari, valutazioni delle prove
  • Accoglienza della denunciante presso un ufficio di polizia.  Uso del SARA PLUS e della check-list E.V.A
  • Trattamento e riconoscimento della violenza in famiglia nei procedimenti di separazione, divorzio e affidamento dei figli
  • Quando la violenza psicologica  si nasconde nelle trame della  cosiddetta alienazione parentale: i risvolti nella valutazione e nel trattamento

 Padova, venerdì 16 novembre 2018 – ore 8.30-13.30

Luogo: Campus universitario Ciels, via Venier , 200- Padova

Vittime di violenza domestica: tutele e sostegni nelle separazioni conflittuali- Formazione

Sono questi i temi del nuovo Corso di formazione promosso da associazione Psicologo di strada  per venerdì 16 novembre 2018, dalle ore 9.00 alle ore 13.30 presso il Campus universitario Ciels, via Venier , 200  a Padova.

Le donne vittime di maltrattamento e violenza domestica rischiano di essere rivittimizzate nei procedimenti di separazione e di affido dei figli. Nelle separazioni conflittuali questo rischio si trasforma in una dolorosa verità che le donne traducono dicendoci che non sono mai credute. I figli minori sono vittime non solo di violenza assistita ma anche e purtroppo spesso testimoni muti ed impotenti, bambini e bambine che sopravvivono a perizie e sentenze che incidono nelle loro vite.

Professionisti interverranno nello specifico su:

  • La violenza sulle donne e suo riconoscimento nelle separazioni: aspetti psico-criminologici
  • Maltrattamenti: denuncia, misure cautelari, valutazioni delle prove;
  • Accoglienza della denunciante presso un ufficio di polizia. Uso del SARA PLUS e della check-list E.V.A
  • Trattamento e riconoscimento della violenza in famiglia nei procedimenti di separazione, divorzio e affidamento dei figli
  • Quando la violenza psicologica si nasconde nelle trame della c.d. alienazione parentale: i risvolti nella valutazione e nel trattamento

Sono in valutazione le richieste dei crediti formativi all’Ordine Assistenti Sociali del Veneto.

L’Ordine degli avvocati di Padova  ha riconosciuti n.3 crediti formativi in materia di diritto civile.

Per informazioni e iscrizioni vai su: http://www.psicologodistrada.it

Violenza sulle donne, c’è un disegno di legge che non tutela le donne maltrattate

Le donne italiane – oltre a rischiare di essere vittime della violenza di genere – sono a rischio di una consolidata e progressiva violenza istituzionale.

Su questo tenore va collocata la proposta del nuovo disegno di legge, firmato dal senatore Simone Pillon, che ha come obiettivo quello di rivoluzionare il diritto di famiglia, modificando il rapporto fra genitori separati e prole.

Il punto che mi preme sottolineare riguarda la riforma dell’affido condiviso  e l’obbligo della mediazione familiare per coppie con figli. Le norme previste dal disegno di legge valgono se la coppia non raggiunge un accordo.

Violenza sulle donne e separazione dal marito: la mediazione è dannosa

Nelle dichiarazioni di Pillon la previsione di un percorso obbligatorio di mediazione familiare dovrebbe indirizzare ad una separazione più rispettosa dei diritti dei figli. Tuttavia ritengo che la proposta di legge del senatore Pillon sia una assoluta negazione del riconoscimento delle forme di violenza di genere.

Non solo. Quando ci sono denunce di violenze, di stalking, di lesioni tra i coniugi o ex coniugi che mediazione è possibile? Quando uno dei due interlocutori è assoggettato all’altro – o vive nel terrore di essere picchiato o di perdere i figli – che significato ha la mediazione se non quello di rinforzare il maltrattante, come se ne avesse bisogno?

Se in un colloquio di mediazione emergono maltrattamenti o lesioni, magari avvenute davanti ai figli minori, il mediatore ha l’obbligo di segnalazione, in quanto reati. E quindi cosa significa obbligare alla mediazione?

Non dimentichiamo inoltre che secondo il ciclo della violenza se la coppia sta attraversando la cosiddetta “luna di miele”, il mediatore non si accorgerà della violenza domestica. E rinforzerà nella relazione violenta i ruoli e le dinamiche disfunzionali della coppia.

In più la persona violenta è proprio quella che richiede l’intervento di mediazione spesso per avere l’opportunità “legale” di continuare a controllare e agire potere sulla vittima. Quest’ultima non riesce così ad uscire da questo legame vischioso, aumentando il rischio per la propria incolumità.

Questa proposta di legge non sembra conoscere le dinamiche della violenza di genere (gender-based violence), anzi  non riconosce il genere in ottica assolutamente maschilista e patriarcale che ci riporta indietro nel tempo.

Non conosce  che la mancanza di equilibrio e di potere determina la differenza fra conflitto e violenza: “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”… “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini” (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne e della violenza domestica – Council of Europe Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence, 11 maggio 2011, CM(2011) 49 final, CETS no. 210, nota come Convenzione di Instanbul)

È sempre la Convenzione di Istanbul,  ratificata dall’Italia che indica:

Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza

1       Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

2       Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

Articolo 33 – Violenza psicologica

Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionale mirante a compromettere seriamente l’integrità psicologica di una persona con la coercizione o le minacce.

Articolo 48 –    Divieto di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti o di misure alternative alle pene obbligatorie

1       Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

2       Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo destinate a garantire che, se viene inflitto il pagamento di una multa, sia debitamente presa in considerazione la capacità del condannato di adempiere ai propri obblighi finanziari nei confronti della vittima.

Il nuovo disegno di legge, firmato dal senatore Simone Pillon, nel voler rivoluzionare il diritto di famiglia, modificando il rapporto fra genitori separati e prole, arriva a disconoscere quindi la violenza sulle donne. E peggiora, anziché migliorare, la loro condizione quando vittima di maltrattamenti e in una posizione di inferiorità rispetto al marito.

Il biondino della spider rossa

Nel 1971 vi fu il rapimento e l’uccisione di Milena Sutter. L’evento sconvolse l’Italia, dato che la famiglia della vittima era nota a tutte le famiglie per i prodotti per la casa reclamizzati sulla Rai attraverso “Carosello”.

Il libro che ho scritto con Maurizio Corte rilegge quella vicenda dal punto di vista criminologico, psicologico e mediatico.

Nel libro vi è anche uno spazio per un argomento importante: la perizia medico-legale dei professori Aldo Franchini, sui cui libri si sono formate generazioni di medici avvocati e magistrati, e Giorgio Chiozza.

IL RAPIMENTO E L’UCCISIONE DI MILENA SUTTER
Genova, giovedì 6 maggio 1971, ore 17. Milena Sutter, 13 anni, scompare all’uscita della Scuola Svizzera, dove frequenta la terza media. È figlia di un ricco industriale della cera. Il suo corpo, senza vita, viene trovato in mare due settimane dopo. L’ipotesi investigativa è solo una: il sequestro per motivi di denaro. Ad essere accusato del rapimento e dell’omicidio della studentessa è un giovane di 25 anni, Lorenzo Bozano, un perdigiorno di famiglia alto-borghese.

È soprannominato il “biondino della spider rossa”: non è biondo, né magrolino. Assolto nel processo di primo grado nel 1973, viene condannato all’ergastolo nel 1975. Dopo oltre 40 anni di carcere continua a professarsi innocente.

A distanza di 47 anni da quella vicenda di violenza su una giovanissima donna, a fine maggio esce in libreria “Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media”, edito da Cacucci (Bari).

IL LIBRO SUL CASO DI MILENA SUTTER E LORENZO BOZANO
Il libro esamina gli indizi contro l’imputato, la perizia medico-legale, la personalità del giovane della spider rossa, il ruolo dei media e quello dell’amica di Milena, Isabelle, mai ascoltata al processo.
Con un’analisi rigorosa abbiamo voluto studiare un evento che ha segnato la Storia civile d’Italia e che anticipa di trent’anni la mediatizzazione televisiva dei grandi casi giudiziari. Basti pensare che a metà maggio 1971, Lorenzo Bozano – rilasciato dopo il primo fermo di polizia – concede un’intervista televisiva alla Rai e fa una conferenza-stampa con i giornalisti per proclamare la sua innocenza.

Grazie alle nuove tecniche di analisi e di ricerca messe a disposizione dalle scienze sociali, Laura Baccaro e io rileggiamo da una diversa prospettiva (e senza pregiudizi) gli aspetti di una vicenda ancora tutta da comprendere. E sulla quale la verità storico-scientifica non è ancora stata scritta.

Il libro “Il Biondino della Spider Rossa” ha inizio con una ricostruzione il più possibile obiettiva della vicenda. “Abbiamo cercato di fare ordine nelle inesattezze e nelle informazioni errate comparse negli anni su Internet (le “fake news”, per dirla con il linguaggio corrente di oggi)”, spiega la psicologa e criminologa Laura Baccaro.

La prima parte del libro, dedicata alla “verità storica”, si concentra sui “nodi critici” del caso e sugli indizi contro Lorenzo Bozano, condannato come rapitore e omicida di Milena.

La seconda parte del libro affronta la “verità della Medicina Legale”: la causa della morte della vittima, i mezzi di produzione della stessa e l’epoca del decesso.

La terza parte del libro si concentra sulla “verità psicologica”: è dedicata a Bozano, quello di ieri e quello di oggi, analizzato con una perizia psico-criminologica di Laura Baccaro.

La quarta parte è sulla “verità mediatica”, che è poi quella che ha avuto maggior successo e popolarità fra la gente. Vi si approfondisce un argomento – il ruolo dei media nei fatti giudiziari – vecchio quasi quanto il giornalismo; ma che oggi trova un suo peculiare significato: Internet rende di continuo “presente” ciò che un tempo veniva consegnato a polverosi archivi.

I diritti del libro sono devoluti all’Associazione Psicologo di Strada di Padova, che gestisce lo sportello contro la violenza di genere e lo stalking.

Psicologia, salute e giustizia

Il lavoro di psicologa  oramai da quasi venti anni rappresenta ancora una sfida e una passione. Lavorare con gli altri, incontrare e conoscere persone diverse, di differenti provenienze, con problematicità sfumate o importanti credo sia la maggior ricchezza che questa professione offre.

Credo che il benessere psicologico sia una condizione di equilibrio fra la persona con le sue necessità e le sue risorse, e l’ambiente in cui vive. Si tratta di una condizione dinamica, in continuo mutamento, il cui equilibrio non è dato a priori ma è il risultato di una valutazione che la persona fa della propria qualità di vita, e dipende da numerosissimi fattori individuali, relazionali e ambientali.

Il supporto psicologico aiuta il cliente a raggiungere il suo  specifico risultato di salute o di benessere. Perché in psicologia non esistono malati ma Persone, e  considero il cliente una persona che ha deciso di prendersi cura di se stesso, cioè di farcela. Strumento principe degli interventi è la relazione con il cliente, relazione basata sull’empatia e il rispetto umano.

Infine ….  “Servono i sognatori, serve qualcuno che indichi, con chiarezza e fermezza, il punto di arrivo, che sappia renderlo concreto, possibile, vicino. Qualcuno che — con la teoria e con la pratica — «forzi» il mondo a cambiare. E «forzare» non ha niente di violento, perché quella che va «forzata» è l’immaginazione, perché si possa davvero credere che sì, è possibile superare l’antropocentrismo — l’uomo padrone che può fare del mondo ciò che vuole — per costruire «una nuova narrazione per il nostro futuro», come scrive il filosofo Leonardo Caffo”.

Chi come me si occupa di Persone, di Salute e di Giustizia deve continuare a sognare, a credere fermamente. Essere visionari significa lavorare per il futuro delle Persone.

Vittime di stalking: valutazione del rischio

Per quanto riguarda le vittime  l’attività di consulenza offerta consiste nel dare strumenti per riappropriarsi di una comunicazione alterata dallo stalker e per riprendersi in mano, per quanto possibile, gli spazi della quotidianità nella quale il molestatore agisce.

Durante il colloquio psico-criminologico si valuta il rischio che la vittima sta correndo poiché le condotte di stalking possono essere predittive ed indicative di comportamenti di aggressione. È difficile prevedere ciò che uno stalker può fare, quando e come.

Alcuni stalker si qualificheranno per fasi successive in poche settimane o addirittura giorni. In altri casi, gli stalker che si sono impegnati in alcune delle più gravi azioni possono lasciar passare mesi o anche anni senza tentare un contatto successivo.

Le analisi criminogenetica e criminodinamica del comportamento di stalking sono le basi per iniziare un processo di valutazione del rischio (risk assesment) e poi di conseguenza si può parlare di gestione del rischio (risk management).

Sono i tasselli essenziali per individuare l’intervento migliore proprio per “quel caso”, per prevenire la recidiva e l’escalation della violenza e per proteggere proprio “quella vittima”. Sono metodologie che a partire da una estrema individualizzazione e identificazione della tipologia di stalker cercano la migliore tutela della vittima.

La vittima è sostenuta nel riprendere controllo sulle cose normali di tutti i giorni, anche attraverso la compilazione diario dello stalking, nel non sentirsi in colpa ma soprattutto nel riconoscere e gestire la comunicazione con lo stalker.  In due, tre colloqui può eventualmente essere accompagnata a sporgere denuncia nei confronti del proprio molestatore.