Obbligo di trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti e per stalking

 

È di questi giorni l’obbligatorietà del trattamento  psicologico  per  i  condannati  per  reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari o  conviventi  e  per atti persecutori (legge n.69 del 19luglio 2019).

All'art. 17 si legge: 


Modifiche all'articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per atti persecutori

1. All'articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1, le parole: «nonchè agli articoli 609-bis e 609-octies del medesimo codice, se commessi in danno di persona minorenne » sono sostituite dalle seguenti: « nonchè agli articoli 572, 583-quinquies, 609-bis, 609-octies e 612-bis del medesimo codice»;
b) è aggiunto, in fine, il seguente comma:
«1-bis. Le persone condannate per i delitti di cui al comma 1 possono essere ammesse a seguire percorsi di reinserimento nella società e di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati, organizzati previo accordo tra i suddetti enti o associazioni e gli istituti penitenziari»;
c) la rubrica è sostituita dalla seguente: «Trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per atti persecutori».

Note all'art. 17:

- Si riporta il testo dell'art. 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), come modificato dalla legge qui pubblicata:
«Art. 13-bis (Trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per atti persecutori). - 1. Le persone condannate per i delitti di cui agli articoli 600-bis,600-ter, anche se relativo al materiale pornografico di cui all'art. 600-quater.1, 600-quinquies, 609-quater, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale nonchè agli articoli 572, 583-quinquies, 609-bis, 609-octies e 612-bis del medesimo codice, possono sottoporsi a un trattamento psicologico con finalità di recupero e di sostegno. La partecipazione a tale trattamento è valutata ai sensi dell'art. 4-bis, comma 1-quinquies, della presente legge ai fini della concessione dei benefici previsti dalla medesima disposizione.
1-bis. Le persone condannate per i delitti di cui al comma 1 possono essere ammesse a seguire percorsi di reinserimento nella società e di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati, organizzati previo accordo tra i suddetti enti o associazioni e gli istituti penitenziari.».

Negli ultimi decenni a livello internazionale e in numerose discipline si sono moltiplicati gli studi per documentare, spiegare e affrontare il problema dello stalking. Molti ricercatori si sono concentrati sullo stalking delle celebrità, sull’erotomania, su campioni clinici e forensi di autori di reato oppure studiando gli effetti sulle vittime.
Questi diversi focus hanno fatto si che si siano utilizzate diverse definizioni di stalking sia nella ricerca che nelle diverse legislazioni. Anche in Italia abbiamo diverse definizioni che possono creare una mancanza di accordo qualora si debbano decidere metodologie di presa in carico della vittima e di trattamento degli autori di reato.

Vediamone brevemente alcune:

Stalking è un termine di origine inglese utilizzato in italiano per indicare una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo, detto stalker, che affliggono un'altra persona, perseguitandola, generandole stati di paura e ansia, arrivando persino a compromettere lo svolgimento della normale vita quotidiana.

Altra definizione: Con la parola anglosassone stalking (letteralmente, 'fare la posta') si è soliti qualificare comportamenti reiterati di tipo persecutorio, realizzati dal soggetto persecutore nei confronti della sua vittima: si tratta di un insieme di condotte vessatorie, sotto forma di minaccia, molestia, atti lesivi continuati e tali da indurre nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un ragionevole senso di timore.

In genere si parla anche di 'sindrome del molestatore assillante', sottolineandone quale aspetto caratterizzante la relazione 'forzata' e “controllante” che si stabilisce tra persecutore e vittima; relazione, quest'ultima, che finisce per condizionare il normale svolgimento della vita quotidiana della vittima, ingenerando nella stessa un continuo stato di ansia e paura.

Oppure: Stalking è un termine inglese utilizzato per indicare una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola e generandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità. Questo tipo di condotta è penalmente rilevante in molti ordinamenti, e in quello italiano la fattispecie è rubricata come atti persecutori all’articolo 612 bis del Codice penale, riprendendo una delle diverse locuzioni con le quali è tradotto il termine stalking. 

Treccani: Comportamento persecutorio tenuto da un individuo (stalker) che impone alla sua vittima attenzioni non gradite che vanno dalle telefonate, lettere, sms (di contenuto sentimentale o, al contrario, minatorio) fino ad appostamenti, minacce, atti vandalici e simili. Il comportamento dello stalker è dunque caratterizzato da un’ossessione più o meno marcata per la persona oggetto delle sue attenzioni, e dalla mancanza di rispetto per la sua autonomia decisionale e identità. Spesso lo s. apre la strada a un comportamento di tipo più violento. Benché in linea teorica lo stalker possa essere di entrambi i sessi, le statistiche dimostrano che si tratta di un comportamento perlopiù maschile: secondo un’indagine Istat del 2007, in Italia oltre un milione e centomila donne hanno subito s. (per lo più da parte del partner o ex partner, ma anche da vicini di casa, amici, familiari), che si configura quindi come comportamento che ha forte attinenza con la violenza di genere. In Italia lo s. è reato (per “atti persecutori”) dal 2009.

Definizione giuridica: Lo stalking consiste in un insieme di condotte persecutorie ripetute nel tempo (come le telefonate molestie, pedinamenti, minacce) che provocano un danno alla vittima incidendo sulle sue abitudini di vita oppure generando un grave stato di ansia o di paura, o, ancora ingenerando il timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara.

Il reato di stalking (dall'inglese to stalk, letteralmente "fare la posta") è entrato a far parte dell'ordinamento penale italiano mediante il d.l. n. 11/2009 (convertito dalla l. n. 38/2009) che ha introdotto all'art. 612-bis c.p., il reato di "atti persecutori", il quale punisce chiunque "con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita". 

Sintetizzando possiamo scrivere che stalking è un comportamento diretto e ripetuto verso un soggetto-vittima, che vive questi comportamenti come invadenti e che gli provocano paura. Lo  stalker è quindi colui che si impegna ad agire i comportamenti descritti. Ma per capire le motivazioni e come mai lo stalker agisca e quale rischio corra la vittima dobbiamo fare qualche passo in avanti.

Nello specifico è importante che il sistema di giustizia sia in grado di avvalersi di professionisti (esperti psicologici e psichiatri) per consulenze durante la fase investigativa, i processi e infine per il trattamento durante la condanna.

Le consulenze sono sulla valutazione dei rischi di escalation della violenza, di recidiva, di non adesione alle misure cautelari, etc.a partire da un’analisi criminodinamica e criminogenetica.

Diventa importante la valutazione della personalità e dello stato psicologico dell’autore di reato ai fini della valutazione del rischio e per definire le linee del trattamento più idoneo ed efficace.

Vista la costellazione di comportamenti ricompresi nelle diverse definizioni di stalking diventa difficile individuare lo strumento standardizzato più adeguato per la valutazione del rischio soprattutto se si tiene conto delle motivazioni sottostanti.

Per gli stalkers la sola valutazione dei rischi con strumenti standard di valutazione è inadeguata in termini di “rischio di violenza” perché non considera tutti i settori del rischio che comprendono persistenza, escalation, recidiva, danno psico-sociale e psicologico. Inoltre, i fattori di rischio per ciascun  punto, es. escalation, variano in base al tipo di stalker da valutare.

Sapere che tipo di stalker abbiamo di fronte consente perciò di porre in essere adeguate forme e misure di protezione per la vittima ma anche di gestione, trattamento e intervento psico-criminologico sullo stalker. Fondamentale diventa la valutazione clinica del soggetto integrata con un’analisi criminogenetica e criminodinamica dei fatti.

Gli interventi terapeutici e trattamentali con lo stalker sono operazioni strutturate e complesse, che richiedono modalità multidisciplinari di presa in carico e gestione specie se sono presenti psicopatologie.

Ci sono alcuni casi di stalking in cui è sufficiente educare l’autore del reato sull’illegalità del loro comportamento per porre fine alle molestie.

Tuttavia, per la maggior parte degli stalker, il comportamento è sostenuto da più gravi e pervasivi i problemi e il trattamento è più difficile e duraturo.

A Padova l’Associazione psicologo di strada attiva già da molti anni  con uno Sportello contro lo stalking offre trattamenti agli stalker e consulenza.

 

Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale

Nel sito del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale leggiamo che  molti paesi europei prevedono una figura di garanzia dei diritti delle persone private della libertà.

In Italia un percorso avviato fin dal 1997 ha portato all’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale alla fine del 2013, ma la nomina del Collegio e la costituzione dell’Ufficio, che hanno consentito l’effettiva operatività, sono avvenuti solo nei primi mesi del 2016.

È stato per me un grande onore essere accolta tra gli esperti del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene, crudeli, inumani o degradanti.

Il “Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale” è un organismo statale indipendente in grado di monitorare, visitandoli, i luoghi di privazione della libertà (oltre al carcere, i luoghi di polizia, i centri per gli immigrati, le Residenze per le misure di sicurezza – REMS, recentemente istituite dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, gli SPDC – cioè i reparti dove si effettuano i trattamenti sanitari obbligatori, ecc.).

Scopo delle visite è quello di individuare eventuali criticità e, in un rapporto di collaborazione con le autorità responsabili, trovare soluzioni per risolverle. Inoltre, presso le istituzioni sulle quali esercita il proprio controllo, il Garante nazionale ha il compito di risolvere quelle situazioni che generano occasioni di ostilità o che originano reclami proposti dalle persone ristrette, riservando all’autorità giudiziaria i reclami giurisdizionali che richiedono l’intervento del magistrato di sorveglianza.

Dopo ogni visita, il Garante nazionale redige un rapporto contenente osservazioni ed eventuali raccomandazioni e lo inoltra alle autorità competenti. Ogni rapporto, normalmente un mese dopo essere stato recapitato, viene pubblicato sul sito web del Garante nazionale, unitamente alle eventuali risposte pervenute.

Ciò che condivido appieno e che sostanzia la motivazione della mia partecipazione come esperto  lo trovo scritto nel  Codice di autoregolamentazione  all’articolo 2 e all'articolo 3. 

Art. 2, Funzioni del Garante, si legge:

Il Garante costituito in collegio, composto dal Presidente e due membri, nel rispetto delle competenze attribuite dalla legge istitutiva e dal regolamento e in conformità ai principi di cui alla parte IV, articoli da 17 a 23, del Protocollo ONU:

c) esamina con regolarità la situazione delle persone private della libertà che si trovano nei luoghi, anche mobili, di cui all’art. 4 del Protocollo ONU e intrattiene colloqui riservati con le persone private della libertà, senza testimoni, direttamente o tramite un interprete se ritenuto necessario, nonché con qualunque altra persona che ritenga possa fornire informazioni rilevanti;

d) si adopera fattivamente al fine di migliorare il trattamento e la situazione delle persone private della libertà e di prevenire fenomeni di tortura e altre pene o trattamenti crudeli inumani o degradanti, proponendo, se necessario, il rafforzamento delle misure di protezione alla cui definizione perviene anche attraverso scambi di informazioni e reciproca collaborazione con il Sottocomitato di cui all’articolo 2 del Protocollo ONU e i meccanismi nazionali di protezione istituiti da altri Stati che hanno ratificato il Protocollo ONU;

e) redige la Relazione Annuale sull’attività svolta, contenente l’illustrazione degli obiettivi e l’analisi dei risultati. La relazione è trasmessa al Presidente della Repubblica, anche nella veste di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente della Corte Costituzionale, al Presidente del Senato della Repubblica, al Presidente della Camera dei Deputati, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Difesa, al Ministro della Giustizia, al Ministro dell’interno e al Ministro della Salute. La Relazione è pubblicata sul sito internet del Ministero della giustizia e su quello del Garante

L’Articolo 3: Compiti del Garante

Il Garante espleta liberamente il proprio mandato a tutela dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale avvalendosi delle strutture e delle risorse messe a disposizione dal Ministero della giustizia, nonché da altre Amministrazioni dello Stato e da organizzazioni comunitarie e internazionali che operano in linea con le finalità della legge istitutiva e nel rispetto dei principi del Protocollo ONU.

In modo del tutto indipendente e senza alcuna interferenza il Garante:

a) promuove e favorisce rapporti di collaborazione con i garanti territoriali e con altre figure istituzionali, comunque denominate, che hanno competenza nelle stesse materie del Garante. I garanti regionali potranno essere invitati a collaborare anche attraverso il coordinamento dell’attività dei garanti locali ove costituiti;

b) vigila affinché l’esecuzione della custodia delle persone detenute, degli internati, delle persone sottoposte a custodia cautelare in carcere o ad altre forme di limitazione della libertà personale avvenga in conformità alle norme e ai principi stabiliti dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali sulla promozione e la protezione dei diritti delle persone e della loro dignità ratificate dall’Italia, dalle leggi e dai regolamenti vigenti;

c) visita con regolarità, senza necessità di alcuna autorizzazione, gli istituti penitenziari, le residenze per le misure di sicurezza psichiatriche e le altre strutture, anche mobili, destinate ad accogliere le persone sottoposte a misure di sicurezza detentive, le comunità terapeutiche e di accoglienza o comunque le strutture pubbliche o private ove si trovino persone sottoposte a misure alternative al carcere o alla misura cautelare degli arresti domiciliari, gli istituti penali per minori e le comunità di accoglienza per minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria;

d) visita altresì, con regolarità, senza necessità di alcuna autorizzazione, le camere di sicurezza delle Forze di polizia di qualunque appartenenza, accedendo, senza restrizioni, a qualsiasi locale adibito alle esigenze restrittive;

e) prende visione, previo consenso anche verbale dell’interessato, degli atti contenuti nel fascicolo della persona detenuta o privata della libertà personale, e comunque degli atti riferibili alle condizioni di detenzione o privazione della libertà personale;

f) richiede alle amministrazioni responsabili delle strutture, indicate nella lettera c) e d), le informazioni e i documenti ritenuti necessari per l’espletamento dei propri compiti. Nel caso l’amministrazione non fornisca risposta nel termine di trenta giorni, informa l’autorità giudiziaria competente alla quale può richiedere l’emissione di un ordine di esibizione per le visite di cui alla lettera c); nonché informa le autorità competenti perché intervengano disponendo la consegna della documentazione richiesta per le visite di cui alla lettera d);

g) ove accerti il mancato rispetto delle norme dell’ordinamento penitenziario, che comporti la violazione dei diritti delle persone private della libertà e dei corrispondenti obblighi a carico dell’amministrazione responsabile ovvero la fondatezza delle istanze e dei reclami, proposti ai sensi dell’articolo 35 della legge 25 luglio 1975, n. 354, Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, formula rilievi motivati e specifiche raccomandazioni alle amministrazioni interessate. L’amministrazione, in caso di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di trenta giorni. Alla scadenza di tale termine, i rilievi, le raccomandazioni e le risposte dell’amministrazione, ove pervenute, sono resi pubblici sul sito Internet del Garante, senza indicazioni dei nomi delle persone coinvolte, e all’occorrenza, possono essere trasmessi al Sottocomitato sulla Prevenzione di cui all’art. 2 del Protocollo ONU;

h) verifica il rispetto degli adempimenti di cui agli articoli 20, 21, 22 e 23 del Regolamento recante nome di attuazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma degli articoli 1, comma 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286, approvato con il DPR 31 agosto 1999, n.394 e successive modificazioni e integrazioni, accedendo, senza alcun preavviso e restrizione, ai CIE, alle strutture comunque denominate predisposte per la foto segnalazione o altre forme di registrazione di persone provenienti da paesi terzi il cui ingresso o la cui presenza sul territorio nazionale sia irregolare;

i) verifica altresì il rispetto degli adempimenti connessi alla tutela dei diritti umani fondamentali e della dignità della persona accedendo, senza alcun preavviso e restrizione, in qualsiasi luogo, inclusi gli aeromobili e altri mezzi di trasporto, si trovino le persone private della libertà per ordine di un’autorità amministrativa o giudiziaria;

j) monitora le modalità con le quali avvengono i rimpatri forzati e l’allontanamento per via aerea o navale di cittadini di paesi terzi di cui alla Direttiva 2008/115/CE, articolo 8, comma 6, secondo le relative procedure previste in sede FRONTEX e FRA. Ove accerti violazioni dei diritti e dei corrispondenti obblighi a carico delle amministrazioni responsabili, formula rilievi e raccomandazioni al fine di migliorare il trattamento e la situazione delle persone coinvolte e di prevenire fenomeni di tortura e altre pene o trattamenti crudeli inumani o degradanti, proponendo, se necessario, il rafforzamento o la modifica delle misure di protezione vigenti. L’amministrazione interessata comunica le proprie osservazioni nel termine di trenta giorni. Alla scadenza di tale termine i rilievi, le raccomandazioni e le osservazioni dell’amministrazione, ove pervenute, sono resi pubblici sul sito Internet del Garante e, all’occorrenza, trasmessi per conoscenza alle competenti strutture del Sottocomitato sulla prevenzione di cui all’art. 2 del Protocollo ONU, del FRONTEX e della FRA.

Ove nel corso di una visita ritenga che la situazione in atto costituisca violazione dell’articolo 3 della CEDU (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”), il Garante informa tempestivamente l’autorità competente perché provveda senza indugio a interrompere la violazione in atto, dandone contestuale comunicazione all’autorità giudiziaria e al Ministro di riferimento per gli interventi di pertinenza.

Lo Stato italiano ha conferito al Garante nazionale altri tre compiti.

Il primo riguarda un obbligo derivante dalla ratifica del protocollo opzionale delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura. L’adesione a tale protocollo prevede che lo Stato debba predisporre un meccanismo nazionale indipendente (NPM) per monitorare, con visite e accesso a documenti, i luoghi di privazione della libertà al fine di prevenire qualsiasi situazione di possibile trattamento contrario alla dignità delle persone. Per tale compito il Garante nazionale, coordina i Garanti regionali, dando ad essi “forme” e procedure comuni.

Il secondo riguarda il monitoraggio dei rimpatri degli stranieri extra-comunitari irregolarmente presenti sul territorio italiano e che devono essere accompagnati nei paesi di provenienza. La direttiva europea sui rimpatri (115/2008) prevede che ogni paese monitori la situazione con un organismo indipendente.

Infine, al Garante Nazionale, in quanto NPM, è stato attribuito il compito di monitorare le strutture per persone anziane o con disabilità, in base alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

Il Garante nazionale è costituito in Collegio. Gli attuali membri sono il Presidente, Mauro Palma, e le componenti, Daniela de Robert ed Emilia Rossi.

Persone e relazioni: dalle periferie esistenziali al diritto alla relazione

Oramai più di due anni fa ho avuto l’onore d’intervenire alla Tavola Rotonda "Persone e Relazioni: Periferie Esistenziali" promosso dall’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna per la Giornata nazionale della psicologia 2017.

Nel riflettere sul titolo dell’incontro” Periferie esistenziali”  mi sono venuti in mente i volti dei molti utenti conosciuti grazie all’attività di Sportello che svolgiamo da anni in collaborazione con “Avvocato di strada”   e con altre realtà del territorio padovano.

Incontriamo persone a rischio esclusione sociale, persone vittime di reato, persone autrici di reato, a volte con problematiche di salute mentale, di solitudine, povere, uomini, donne, migranti. Persone ai margini, che vivono delle esistenze periferiche alla comunità, esclusi.

 “Con il termine esclusione sociale si definisce l’impossibilità, l’incapacità o la discriminazione di un individuo nella partecipazione a determinate attività sociali e personali. L’esclusione sociale descrive una condizione di forte deprivazione, determinata dalla somma di più situazioni di disagio. La deprivazione è riconducibile sia alla mancanza di risorse economiche adeguate che ad un accesso limitato ad ambiti sociali come l’educazione, l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’alloggio, la tecnologia, la vita politica ecc.”

Socialmente esclusi sono quegli individui la cui capacità di partecipare pienamente alla vita sociale è fortemente compromessa. Nelle società contemporanee le categorie maggiormente vulnerabili sono: le persone senza fissa dimora, i disabili, i detenuti o ex-detenuti, le persone con dipendenza da sostanze, gli anziani, gli immigrati, i rom, le famiglie numerose o monoparentali, i minori. In tutti i gruppi le donne vivono una situazione di disagio più forte degli uomini. Violenza, stigma sociale, povertà espongono le donne e le ragazze ad un rischio costante di emarginazione.

Sono persone che vedono negati il diritto alla salute, di cittadinanza, i diritti sociali, i diritti umani. Il loro essere “periferici” fa si che sia difficoltosa l’accessibilità ai diritti.  Sono persone fragili e fragili sono le loro possibilità di accesso ai servizi.

La vision di Psicologo di strada

Lavoriamo da anni come “Psicologo di strada” perché crediamo che “Le disuguaglianze in salute sono il frutto dei determinanti sociali di salute, vale a dire originano dalle condizioni sociali nelle quali le persone nascono, crescono, vivono, lavorano e dall’età. Queste includono le esperienze nei primi anni di vita, l’istruzione, la condizione economica, l’occupazione e un lavoro dignitoso, l’alloggio e l’ambiente e sistemi efficaci di prevenzione e cura delle malattie. Siamo convinti che l’azione su questi determinanti, per i gruppi vulnerabili e per l’intera popolazione, sia essenziale per creare inclusione, equità, una società economicamente sana e produttiva. Porre la salute umana e il benessere quali elementi chiave di ciò che costituisce una società più inclusiva ed equa nel 21 ° secolo è in linea con il nostro impegno per i diritti umani a livello nazionale e internazionale” (Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo, 1992).

In più come professionisti riteniamo che “La salute viene creata e vissuta dagli individui nella sfera della loro quotidianità, là dove si gioca, si impara, si lavora, si ama. La salute nasce dalla cura di se stessi e degli altri, dalla possibilità di prendere decisioni autonome e di poter controllare la propria condizione di vita, come pure dal fatto che la società in cui si vive consenta di creare le condizioni necessarie a garantire la salute a tutti i suoi cittadini, (Carta di Ottawa, 1986).

Arrivano persone con bisogni, bisogni multipli, come li chiamo io, bisogni che si sovrappongono, senza ordine ma tutti urgenti e necessari di risposte. Sono bisogni dettati dalla povertà sociale, personale, culturale, di vicende che sono capitate…perchè a tutti può capitare di finire per strada.

Chi sono gli utenti: PERSONE

Abbiamo notato che non esistono dei profili tipici degli utenti, o clienti con caratteristiche simili, e perciò non esistono risposte o modalità tipiche di sportello. L’unico “profilo” che accumuna gli utenti sono le “difficoltà della vita” che poi si trasformano in problemi sociali, spesso quando il welfare e i servizi non rispondono con tempestività o appropriatezza oppure sono assenti.

Per gli utenti emerge innanzitutto una difficoltà di lettura del contesto, anche perché sono timorosi, spesso con pluriproblematicità, a volte c’è molto pudore, specie se trovano allo sportello operatori giovani, che potrebbero essere i loro figli e, si sa, viene difficile raccontare la propria povertà e il proprio fallimento alla gioventù.

Molte delle persone che si rivolgono ai nostri sportelli sono portatrici di problematiche complesse che oltre la “semplice” povertà includono spesso bisogni complessi, problematiche lavorative, abitative, di disagio psichico, familiari, di solitudine, di dipendenza, di salute, etc. per le quali il solo intervento di natura psicologica o legale si rivela insufficiente.

Gli ostacoli all’esercizio dei diritti spesso è di tipo culturale e di presa di coscienza della propria condizione di cittadini con pari dignità, proprio come “gli altri”. Anche se la povertà viene sempre più presentata politicamente e mediaticamente come una discriminante e quasi come una colpa.

Spesso allo Sportello si presentano persone che sono vittime di abusi e prevaricazioni ma che non hanno la percezione di quanto subito, perché tendono a considerarsi “comunque” dalla parte del torto, a sentirsi in colpa per la propria condizione, piuttosto che ad esigere una tutela dei propri diritti.

Accade che dietro una cortina d’aggressività e malfidenza, si nasconda una grande sfiducia in se stessi, nelle istituzioni e nelle persone in generale, nei propri legami e nel senso d’appartenenza alla collettività.

Cosa si fa a Psicologo di strada

Negli sportelli si fa attività di supporto alla persona, in particolare:

  • chiariamo agli utenti i loro diritti sociali esigibili
  • aiutiamo la persona a “prendersi la responsabilità” dell’atto giudiziario (es. sporgere una denuncia, comprenderne le motivazioni e difendersi se ricevuta)
  • supportiamo le persone nell’iter giudiziario
  • rendiamo accessibile il diritto dal punto di vista psicologico
  • chiariamo i limiti dei “diritti personali esigibili”
  • evidenziamo e sosteniamo le responsabilità personali
  • promoviamo empowerment

Ovvero rendiamo vivo e concreto il diritto alla relazione, il diritto all’incontro con l’Altro, che consideriamo centrale rispetto la sua esistenza. Rimettiamo la persona e la relazione al centro del nostro intervento ma soprattutto riposizioniamo  la PERSONA al centro della comunità, nella rete dell’accessibilità dei servizi.

Ovvero cerchiamo con la PERSONA una strada verso un’esistenza non periferica ma che la riporti al centro dei diritti sociali e umani.

In quest’ottica, il mettere a loro disposizione un operatore attento e competente, che riconosca e sappia guidare un colloquio, diventa una risorsa preziosa. Ma non basta!

Serve un supporto comunitario che, partendo da una precisa “lettura” dei disagi, accompagni le persone in un percorso di riappropriazione delle risorse e abilità personali, quindi nel recupero di un ruolo sociale attivo e di cittadinanza.

È necessario che lo Sportello sia inserito nella rete territoriale dei servizi e del privato-sociale. Diventa essenziale il lavoro in equipe multiprofessionale proprio per leggere, decodificare e rispondere ai bisogni complessi.

Come si accoglie e ascolta un utente

Lo psicologo a partire dall’ascolto del problema segnalato dall’utente allo Sportello, effettua un’analisi della domanda al fine di individuare bisogni, disagi inespressi, ed una eventuale ridefinizione della domanda per punti operativi, come abbiamo visto negli schemi precedenti. Solitamente nei casi più complessi possono essere ammessi tre incontri individuali con il professionista individuato.

Importante è ricordare che non tutti gli utenti presentano problematiche di tipo psicologico o di salute mentale anche se vivono o compiono atti per noi inconcepibili. Una buona comunicazione è la premessa per costruire una relazione d’aiuto efficace con gli utenti, i quali allo sportello prima di tutto vogliono incontrare l’essere umano, uomo o donna che sia.

Spesso la frequenza allo sportello è la sola occasione per poter parlare di se stessi, di essere accolti con empatia e senza giudizio. In pratica anche se non condividiamo le scelte di vita o le “giudichiamo sbagliate” non significa che la persona debba essere mandata dallo psicologo con l’obiettivo di curarla, cioè di rimetterla sulla “retta via”!

Per gli operatori diventa un compito difficile perchè si deve andare oltre ciò che viene detto. Si devono ascoltare i silenzi, decodificare le mezze parole, leggere tra i vestiti e le posture e i mezzi sospiri…. l’osservazione della persona e della comunicazione non verbale sono gli unici strumenti per approfondire le cause e le motivazioni che sottendono i bisogni e le richieste.

Ci si avvicina così, attraverso un ascolto delle storie di vita ma poi come aiutare, come sostenere, quali strategie e i percorsi sono veramente dilemmi che mettono in crisi anche gli operatori più esperti.

Spesso alcune storie non raccontano esplicitamente di un bisogno ma sono narrazioni del sè, esprimono desideri e sogni, cercano un ri-conoscimento come persona.

Ecco che riconoscere ad ogni persona il suo Diritto alla relazione significa mettere a disposizione un luogo sicuro, un tempo dedicato, un gesto di cura, un’accoglienza senza giudizio e una parola che cura.

Perché Psicologo di strada?

Per noi professionisti di “Psicologo di strada” lo sportello è una buona occasione per mettere la faccia fuori dai nostri studi e, soprattutto, giù dai divani o lettini per andare incontro nella vita delle persone in difficoltà in un confronto diretto ed empatico, dove la periferia è il “qui e ora” della relazione.   

Perché: “Servono i sognatori, serve qualcuno che indichi, con chiarezza e fermezza, il punto di arrivo, che sappia renderlo concreto, possibile, vicino. Qualcuno che — con la teoria e con la pratica — «forzi» il mondo a cambiare. E «forzare» non ha niente di violento, perché quella che va «forzata» è l’immaginazione, perché si possa davvero credere che sì, è possibile superare l’antropocentrismo — l’uomo padrone che può fare del mondo ciò che vuole — per costruire «una nuova narrazione per il nostro futuro», come scrive il filosofo Leonardo Caffo”

Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria i diritti dell’uomo sono violati.  Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro[1],

Padre Joseph Wresinski

[1] Frase incisa su una lapide il 17 ottobre 1987 a Parigi in commemorazione delle vittime della miseria.

 

 

La vittima di stalking e il danno psicologico

Lo stalking produce un danno psicologico alle vittime.

La continua e ripetuta  violazione della libertà personale posta in essere mediante stalking può condurre a reazioni psichiche delle vittime, con importanti modificazioni ed alterazioni della sfera emotiva, affettiva e relazionale. Questa condizione può determinare e sfociare in un vero e proprio disturbo psicopatologico.

Il fatto che lo stalking spesso si protragga per molti mesi o anni lo distingue da altri crimini interpersonali “acuti”, per esempio lo stupro o la rapina che si verificano una sola volta in uno spazio di tempo relativamente breve. Lo stalking per essere tale  è, per sua stessa natura, “cronico”.

Le vittime vivono come in una gabbia, si sentono prigioniere di una rete che le controlla e le opprime.

A causa di questa “cronicità” dei reiterati e persistenti comportamenti di stalking, le vittime sempre vivono in uno stato di minaccia, di pericolo. A volte, nei casi più invasivi o nelle vittime più esposte,  questo stato di allerta perdura per molto tempo anche dopo che i comportamenti di stalking hanno avuto fine.

Le vittime poi possono essere anche le persone attorno alla “vittima primaria“.  Lo stalking infatti è un comportamento che può coinvolgere anche familiari, parenti e amici della persona presa di mira, mettendoli in pericoli e riducendo drasticamente la loro qualità di vita.

Purtroppo sono ancora scarse le ricerche volte a stilare i fattori di rischio di vittimizzazione, eccetto la maggior probabilità per il sesso femminile.

Classificazione delle vittime

Pathè, Mullen e Purcell classificano le vittime secondo la relazione con l’aggressore e il contesto iniziale delle molestie:

  • Ex-Partner: la vittima è tipicamente una donna, benché non manchino casi di uomini perseguitati da ex-mogli. C’è anche una piccola percentuale di stalking perpetrato anche da aggressori dello stesso sesso della vittima. Vista la precedente relazione sentimentale con il molestatore, queste vittime sono soggette a lunghi periodi di molestia, e sono più probabilmente oggetto di violenza fisica. Spesso oltre allo stress emotivo, le vittime sviluppano un forte senso di colpa, credendo di aver istigato il comportamento dello stalker.
  • Amici e conoscenti casuali: la vittima è generalmente un uomo, preso di mira dopo un incontro occasionale. Lo stalking è poco persistente e non arriva quasi mai alla violenza fisica.
  • Professionisti: senza distinzione di genere, possono diventare bersaglio di stalking tutti quei professionisti che lavorano in contatto con persone sole, vulnerabili o disturbate mentalmente. Insegnanti, avvocati o infermieri ne sono un esempio, sebbene le categorie più a rischio siano rappresentate da psicologi e psichiatri. Operano in questa categoria stalker “incompetenti”, “in cerca di intimità” o “rifiutati”, soggetti quindi, incapaci, di rispettare il confine della relazione terapeutica il cui eventuale termine può costituire un momento di stress e un vissuto abbandonico facilmente interpretabile come un rifiuto.
  • Sconosciuti: le vittime perseguitate da sconosciuti corrono un minor rischio di violenza fisica. Però i sentimenti più frequenti che le vittime provano sono quelli di confusione e disorientamento per l’incapacità di dare un senso alle persecuzione e all’identità dello stalker tanto che diventa perfino difficile uscire di casa.
  • Persone famose: le vittime sono persone con una grande visibilità pubblica e mediatica come attori, modelle, cantanti, campioni sportivi o politici.
  • False vittime: le vittime inventano lo stalking come conseguenza sia di una patologia (deliri o disturbi fittizi) sia di una consapevole macchinazione ai danni di qualcun altro.

Danni psicologico alle vittime di stalking

La letteratura scientifica avverte che lo stalking può comportare l’insorgenza di quadri di interesse psicopatologici:

  • i quadri più comuni sono rappresentati dai Disturbi dell’Umore (Disturbo dell’Adattamento, Disturbo Distimico e Disturbo Depressivo Maggiore), dai Disturbi d’Ansia (Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Post Traumatico da Stress-DPTS- e Disturbo da Attacchi di Panico) e dai Disturbi Somatoformi;
  • mutamenti caratteriali con comparsa o accentuazione di sospettosità, paurosità, introversione, stato di allarme;
  • la tipica triade sintomatologica caratterizzata da hopelessness (mancanza di speranza), helplessness (senso di non poter essere aiutati) e worthlessness (sentimento di autosvalutazione);
  • paura, vergogna, senso di perdita, minor fiducia negli altri, senso di isolamento.

Nel campione di Purcell et al., un terzo delle vittime manifestava ancora problemi psico-patologici ad un anno dalla fine dello stalking.

In particolare, alcuni Autori descrivono una vera e propria sindrome specifica nella vittima di stalking, definita S.T.S. (Stalking Trauma Syndrome) e caratterizzata da aspetti analoghi ad altre fattispecie quali il disturbo post traumatico da stress (DPTS), la sindrome da maltrattamento e la sindrome da trauma da rapimento.

 

  • Bibliografia di riferimento
  • Curci G., Galeazzi G.M., Secchi C., La sindrome delle molestie assillanti (stalking), Bollati Boringhieri, 2003. ENVIS, Network Europeo sulle Vittime del Crimine, Vittime del crimine. Diritti ed esperienze di supporto in Europa, 2007
  • Hall D.M., The victims of stalking, 1998.In: Meloy JR, ed. The Psychology of Stalking: Clinical and Forensic Perspectives. San Diego: Academic Press; 1998:113-137
  • Kamphuis JH, Emmelkamp PMG. Traumatic Distress Among Support Seeking Female Victims of Stalking. Am. J. Psychiatry, 2001; 158: 795-798.
  • Meloy JR. Stalking: the state of the science. CrimBehavMent Health 2007;17:1-7.
  • Meloy JR., Stalking (obsessional following): a rewiew of some preliminary studies. Aggression Violent Behav., 1996; 1: 147-162.
  • Meloy JR., Stalking: an old behavior, a new crime. Psych. Clin. North Am. 1999; 22.
  • Meloy JR., The psychology of stalking: clinical and forensic perspectives, San Diego, Academic Press, 1998
  • Meloy JR., The scientific pursuit of stalking. Specialized training service. San Diego, CA: Academic Press 2006.
  • Meloy JR., Violence risk and threat assessment. San Diego: Specialized Training Services 2000.
  • Mullen P, Pathè M, Purcell R, et al. Study of stalkers. Am J Psychiatry 1999;156:1244-9.,
  • Mullen P, Pathè M, Purcell R. Stalkers and their victims. Cambridge: Cambridge University Press 2000. In Palmieri G., Giannini M., Propensione allo stalking: un nuovo strumento di misura, GiornItalPsicopat2010;16:182-191

Intervista a Radio Canale Italia

In novembre sono stata ospite a Radio Canale Italia per un‘intervista.

Ho raccontato del mio lavoro di psicologa giuridica e dell’attività a sostegno e tutela delle vittime di violenza e maltrattamento nelle relazioni affettive.

Un tema quanto mai attuale.

L’intervista, una piacevole chiaccherata, è andata in onda Domenica 09/12/2018, a partire dalla mezzanotte.

L’audiovideo dell’intervista la potete vedere e ascoltare cliccando su:

 

 

Buon ascolto!

Formazione al rischio aggressione e violenza in sanità

Nei Corsi di formazione che da due anni sto proponendo per medici, infermieri, operatori socio-sanitari  in diverse realtà sanitarie e socio-sanitarie tratto del Rischio di Aggressione nel posto di lavoro.

E’ un tema sempre più sentito tanto che  «Le aggressioni ai danni di medici e personale sanitario saranno uno degli argomenti al centro del Piano di Ricerca 2019-2021 dell’INAIL»  ha annunciato il direttore generale dell’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro.

Nei corsi trasmetto conoscenze specifiche sul ciclo dell’aggressione e sulla rabbia, sul cosa fare e come fare per gestire nell’immediatezza dell’aggressione. Questo per la tutela dei lavoratori non è sufficiente.

Ma servono misure tecnologiche ed organizzative aziendali. Le Direzioni sanitarie devono dare indicazioni per la predisposizione di procedure operative di analisi della minaccia, di risk assessment e risk management.

Le aziende sanitarie devono adeguarsi nell’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza del lavoro e aggiornare il Documento della Valutazione dei Rischi in tale senso.

Le linee di azione si devono indirizzare nelle tre aree:

  • safety
  • security
  • comunicazione e psicologia

Agli operatori servono tecniche operative utili per gestire le situazioni critiche e per rapportarsi con gli utenti aggressivi. Si provano tecniche di de-escalation e di talk down, di riconoscimento delle emozioni e di comunicazione assertiva.

Durante la formazione condivido strumenti utili alla rilevazione dell’aggressività, alla misurazione del rischio di aggressione e strumenti di prevenzione.

La formazione alle aggressioni sul posto di lavoro segue lo specifico riferimento alla normativa vigente sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (Dlgs 81/08),  e le linee guida ed indicazioni nazionali ed internazionali:

  •  Raccomandazione n.8/2007 del Ministero della Salute italiano
  • linee guida 2015 NICE (National Institute for Health and Care Excellence) sulla gestione del paziente aggressivo
  • linee guida OSHA (Occupational Safety Health Administration) per la prevenzione degli episodi di violenza sul lavoro
  • Raccomandazione n.205 dell’ILO “Occupazione e lavoro dignitoso per la pace e la resilienza”.

I moduli formativi sono adattabili e validi ai fini dell’aggiornamento anche per addetti che, secondo Normativa Vigente (Dlgs 81/08 ), sono direttamente coinvolti nella Valutazione, Prevenzione e Vigilanza del Rischio.

Specifico che sono una docente abilitato per la formazione relativa al Dlgs 81/08. Sono in possesso dei requisiti previsti dalla normativa sulla formazione riguardante la sicurezza nei luoghi di lavoro per lo svolgimento della funzione di Docente per corsi nella materia di cui all’Accordo Stato – Regioni n. 221-223 del 21 Dicembre 2011, Criterio 2E – Area relazioni/comunicazioni. 

Alcuni punti trattati nei miei corsi:

  • riconoscere e gestire le persone aggressive
  • interventi di prevenzione, organizzativi, procedure, la gestione, nello specifico:

-analisi ed individuazione dei fattori di rischio (soggettivi, oggettivi, situazionali, ambientali, etc.) e degli eventi-sentinella

-valutazione del rischio di aggressione

-modello incident reporting e procedure di segnalazione

 

Misure di prevenzione agli stalker

Il Tribunale di Milano ha comminato ad un presunto stalker, ad una persona indiziata, una misura di “sorveglianza speciale per pericolosità sociale”.

A Milano per Stalking: una delle prime applicazioni della misura di prevenzione della sorveglianza speciale.

La  “Sezione autonoma misure di prevenzione” del Tribunale di Milano, presieduta dal giudice Fabio Roia, ha applicato al presunto stalker   la misura di sorveglianza speciale per pericolosità sociale. L’uomo, accusato di atti persecutori nei confronti della ex compagna, è imputato. Contro di lui ci sono due procedimenti in corso: uno per stalking, l’altro per violenza sessuale. L’uomo non è stato condannato in nessuno dei due casi.

Il cambiamento introdotto dalla legge n.161/17

A seguito dell’entrata in vigore della recente legge 17 ottobre 2017, n. 161, di riforma del Codice antimafia, agli indiziati di stalking potranno essere applicate nuove misure di prevenzione. In particolare, sarà applicabile la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, cui può essere aggiunto, se le circostanze del caso lo richiedano, il divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale o in una o più province. Quando le altre misure di prevenzione non siano ritenute idonee può essere imposto all’indiziato di atti persecutori l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale. Infine, con il consenso dell’interessato, anche allo stalker potrà essere applicato il c.d. braccialetto elettronico, una volta che ne sia stata accertata la disponibilità.”

I giudici del Tribunale di Milano hanno deciso di applicare al presunto stalker  la misura di sorveglianza speciale per pericolosità sociale sulla base della riforma del codice antimafia, Legge n. 161 del 2017. La legge n. 161/17 ha esteso l’applicabilità delle misure di prevenzione anche ad altre fattispecie, tra le quali quella prevista dall’art. 612 bis c.p., anche in considerazione dell’allarme sociale che questi reati suscitano.

Viene applicata una misura senza condanna: “Stalker come mafiosi”: sorveglianza speciale senza condanna/ Tribunale Milano: “rischio femminicidio”.

La sentenza completa del Tribunale di Milano “Prevenzione speciale per imputato di stalking (Trib. Milano N. 58/18 R.G.M.P)” è scaricabile qui.

È una sentenza importante poiché applica una misura di prevenzione ad una persona imputata  di stalking. I giudici hanno individuato concreti ed attuali elementi sintomatici ed indicatori di pericolosità sociale.

L’obbiettivo dichiarato nella sentenza è dare alla vittima una maggiore sicurezza e una tutela concreta. Sicurezza  oltre quanto disposto nelle eventuali misure cautelari.

Punti critici dell’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale allo stalking 

Punto critico per la difesa del presunto stalker:

  • viene imposta ad una persona indiziata una misura di “sorveglianza speciale per pericolosità sociale”. Il soggetto è in qualche modo “riconosciuto come pericoloso” senza che ci sia stato un processo e senza una condanna di primo grado. Viene ritenuto pericoloso senza che sia stato davvero condannato per aver commesso il fatto.
  • E se la persona durante il processo non è ritenuta colpevole? Intanto è stata ritenuta pericolosa socialmente e limitata nella sua possibilità e libertà di movimento.

Pericolosità sociale e tutela della vittima

Per la maggior tutela della vittima quali interventi per limitare o diminuire la pericolosità sociale del soggetto sono messi in atto?

Ovvero terminata la limitazione  di movimento il presunto autore sarà di nuovo libero.  Libero di riprendere i suoi “soliti” comportamenti poichè nulla è stato fatto con lui per ridefinire i concetti di violenza, di aggressività, di sopruso, di reato, di legalità. Nulla è stato fatto perchè prenda coscienza del disvalore giuridico e sociale dei propri comportamenti. Gli resterà  “solo” la rabbia di aver subito un sopruso.

Fondamentale è il trattamento, un momento di revisione del proprio comportamento.

Lasciare le persone a rischio di commettere reati a se stesse significa pensare ad una società che deve rinchiudere per sempre i soggetti-autori di reati ma anche gli indiziati.

Allo scadere della misura restrittiva questi soggetti poi rientrano nella comunità e nella quotidianità, e intrecciano relazioni affettive, amorose, genitoriali, di lavoro, etc..  E saranno ancora una volta relazioni abusanti, violente e stalkizzanti. Perché questi attori sono capaci di comportarsi e di gestire le relazioni affettive, amicali e genitoriali solo usando prevaricazione e aggressione.

Reati sentinella, stalker e interventi psico-criminologici

I comportamenti di molestie e poi di stalking possono esssere considerati reati c.d. sentinella. Reati che anticipano condotte lesive fino all’omicidio.

Il trattamento per i presunti stalker o autori di reato di stalking e di comportamenti aggressivi è sempre più richiesto dagli avvocati difensori.   E’ fondamentale che l’approccio trattamentale si basi  sulle maggiori evidenze scientifiche. A Padova gli stalker sono seguiti secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI).

Interventi di prevenzione

Il giudice Roia nel suo libro Crimini contro le donne: Politiche, leggi, Ibuone pratiche” invita anche all’intervento trattamentale sull’autore di reato nella fase di cognizione. Ovvero l’imputato, qualora non siano presenti psicopatologie che incidano negativamente sulla capacità d’intendere e di volere, deve-può essere trattato. Il trattamento è necessario per acquisire la percezione del disvalore giuridico e sociale del comportamento in ottica di prevenzione della recidiva. E sono trattamenti sul riconoscimento e consapevolezza delle emozioni e dei comportamenti aggressivi e violenti, di rieducazione alla socialità e di riduzione del rischio della recidiva.

La partecipazione ai programmi di trattamento ha effetti anche per la vicenda giudiziaria del soggetto. in particolare:

Quando l’imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi del territorio il responsabile del servizio ne dà comunicazione al P.M. e al Giudice ai fini della valutazione (attenuazione delle esigenze cautelari).

L’indagato sottoposto ad una misura cautelare non detentiva accetta un’osservazione trattamentale per poter ottenere dei benefici sul piano dell’attenuazione o revoca della misura coercitiva adottata. L’osservazione va da sé che deve essere rigorosa e strutturata per evitare manipolazioni o adesioni strumentali al fine di ottenere benefici.

L’importanza dei reati c.d. sentinella del maltrattamento

Il giudice Roia parla anche d’interventi per anticipare la soglia di osservazione dei reati c.d. sentinella del maltrattamento. Ovvero di quelle situazioni violente e aggressive segnalate da diversi agenti istituzionali o sociali che arrivano al Questore il quale può procedere all’ammonimento, cioè con un ordine di cessazione della condotta violenza, dell’autore di fatto.  E l’intervento trattamentale può essere proposto in fase di ammonimento o addirittura rafforzare l’atto amministrativo dell’ammonimento con un’ingiunzione trattamentale.

Questo perché alcuni comportamenti e modalità di comunicazione del presunto stalker sono da considerare “eventi sentinella” cioè eventi che preludono a quell’escalation del comportamento di stalking e violenza che ben conosciamo.

Diventa  importante ai fini della prevenzione di violenza e maltrattamento riconoscere i reati c.d. sentinella, le comunicazioni violente e tutti i comportamenti molesti che possono diventare reato di stalking. Quindi  abbinare all’ammonimento del Questore dei colloqui psico-criminologici è fondamentale. Questi colloqui servono per limitare ed effettivamente intervenire sulla prevenzione della commissione dei reati. Interventi preventivi per la tutela della vittima piuttosto che  repressione dei comportamenti quando già sono avvenuti e la vittima ha già subito un danno.

Il Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI)

I colloqui trattamentali indagano gli aspetti criminogenetici e criminodinamici del comportamento persecutorio e/o violento e perciò sono la base per la valutazione del rischio di commissione reato. Il trattamento molto importanteper la tutela della vittima.

Inoltre, la letteratura indica diverse tipologie di stalker, diverse tipologie di maltrattanti e abusatori e durante il colloqui si chiariscono questi aspetti. Definire   le tipologie, le categorie è essenziale per la scelta degli interventi più efficaci.

Anche a Padova esiste la possibilità del trattamento per i presunti stalker o autori di reato di stalking e di comportamenti aggressivi.  Gli indiziati e gli indagati sono seguiti secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI) che si basa sulle maggiori evidenze scientifiche.

Gli incontri sono individuali proprio per aderire alle richieste  cautelari,  o delle indicazioni dell’ammonimento o in base alle esigenze socio-personologiche del soggetto.

Gli incontri di Trattamento psico-criminologico integrato sono settimanali, con monitoraggio continuo e frequenti valutazioni del rischio per una completa tutela della vittima. Il trattamento dura dai 9 ai 12 mesi.

Fondamentale è il continuo contatto e confronto con il difensore o gli Enti preposti invianti.

 

Violenza domestica e separazioni conflittuali: corso di formazione a Padova

Il corso di formazione Vittime di violenza domestica: tutele e sostegni nelle separazioni conflittuali in partenza a Padova il 16 novembre 2018 nasce dal riconoscimento dei bisogni delle donne maltrattate che si rivolgono a noi per essere seguite nelle cause di separazione.

Le vittime di violenza domestica sono donne sole, spesso povere, sempre “infragilite” da episodi o da anni di violenza di genere; e maltrattamento nelle relazioni familiari.

L’essere vittima di violenza di genere da parte di altro essere umano con il quale si hanno relazioni affettive  e fiduciarie, in modo costante e in tutti gli ambiti della vita ha un effetto traumatico importante.

La violenza di genere effetti bio-psico-sociali, che compromettono e disorganizzano l’equilibrio della vittima, amplificandone le fragilità, creandone di altre ampliando le sue preesistenti fragilità.

Arrivano a noi per cause di separazioni “conflittuali”, ovvero separazioni dove la violenza e il maltrattamento subìto vengono  minimizzati, non riconosciuti come reati e ridefiniti come “conflitti”.

Le donne a  volte sono vittime fragili ma sono viste sempre come colpevoli.

La situazione delle donne vittime di maltrattamento durante le separazioni, presentate sempre come “conflittuali”, a volte è definibile solo come vittimizzazione secondaria, cioè vittimizzazione ad opera delle istituzioni e della cultura dominante.

La vittimizzazione secondaria è intesa quando la vittima, cioè la persona che ha subito un reato, diviene vittima ancora una volta quando entra in contatto con il sistema delle istituzioni e del sistema giudiziario.

Ciò troppo spesso accade alle donne vittime di maltrattamento:  spesso diventano vittime secondarie a seguito dei metodi usati nei loro confronti durante la raccolta delle denunce, durante le valutazioni dei servizi e nelle Consulenze tecniche d’ufficio (CTU) per l’affido dei figli.

Gli effetti di questa vittimizzazione secondaria sono variabili e sono conseguenze sfavorevoli ad uno sviluppo e mantenimento relazionale ed emozionale equilibrato che le donne e i loro figli subiscono.

Accade anche che gli effetti della vittimizzazione secondaria sono talmente elevati da pregiudicare il risultato positivo della richiesta giudiziaria di tutela.

Vittime di violenza domenistica: cosa accade alle donne

Molte donne maltrattate, e specialmente se hanno figli minori, rinunciano alle azioni giudiziarie di denuncia proprio perché sanno che non saranno credute, non saranno ascoltate, non verrà riconosciuto loro di essere state vittime primarie di un reato ma soprattutto verrà discusso se sono state “buone madri” o meno. Se “almeno” sono state in grado di tutelare e difendere i figli.

Dico “almeno” perché in contesti di CTU viene spesso usata questa frase a seguire dalla mera constatazione che “si, forse la signora ha subito maltrattamento ma… parliamo del fatto se è una buona madre”! Quasi che si parlasse di due persone diverse!

La vittimizzazione secondaria è reale e concreta quando il contesto istituzionale e culturale viene a ledere la vittima e a frustrare suo desiderio di giustizia.

La vittimizzazione secondaria colpisce sempre più le persone fragili soprattutto donne maltrattate che sono soprattutto donne infragilite dal lungo periodo di maltrattamento e di violenza domestica.

Richiamo che la violenza domestica è violenza fisica, psichica, relazionale, sociale, economica e spirituale, specie quando riesce a fare si che la vittima non si riconosca più come persona, ovvero come portatrice di autonomie, di diritti  e come distinta e separata dal suo maltrattante.

Spesso sono donne che, valutate nelle loro capacità genitoriali, vengono accusate di non essere state in grado di tutelare i figli ma soprattutto sono accusate di essere “cattive madri”, o madri non competenti, o peggio, madri che agiscono alienazione parentale. Ovvero di non tutelare abbastanza la figura maschile, la figura del padre dei propri figli.

Alle donne vittime di maltrattamento viene chiesto di tutelare agli occhi del minore la figura paterna, proprio quel padre che il minore spesso ha visto che picchiava la mamma o che comunque la maltrattava.

Alle donne è chiesto proprio come compito di una buona madre, in nome della genitorialità e per il supremo bene dei figli. Perché, viene loro spiegato, “è sempre il padre dei tuoi figli e il conflitto è tra voi”.

Donne maltrattate: la negazione di violenza e maltrattamenti

Quindi vi è una negazione della violenza e dei maltrattamenti. Si parla più facilmente di conflitto, ovvero di un comportamento, non di un reato, che è agito tra due persone alla pari.

La violenza e il maltrattamento in famiglia invece sono azioni di potere e controllo su una vittima, ovvero tecnicamente sono focus e problematiche diverse.

Durante le CTU spesso vengono poste domande ad indagare come mai la signora non se n’è andata prima, come mai non ha risorse psicologiche, come mai prende antidepressivi o tranquillanti, e le risposte della donna servono “solo” a rinforzare l’ipotesi che non è in grado di tutelare i figli e la figura del padre, quindi…. non è una buona madre e pazienza se è stata maltrattata ma chissà lei cosa ha fatto.

Ovvero quando viene sollevato il problema della violenza domestica o della tutela dei minori che assistono, i professionisti (molte di genere femminile) spesso tendono a ignorarlo, minimizzarlo o a non tenerlo nella dovuta considerazione.

Le vittime di violenza domestica sono donne  che vengono inoltre giudicate per la loro moralità e per come si vestono, per come si truccano, per come cucinano, per le loro unghie lunghe magari laccate, per le (molte?) storie di fidanzati come se queste informazioni le rendessero più o meno credibili, più o meno 2capaci” di essere buone madri.

Nei casi di separazione dove le donne erano chiaramente vittime di violenza e maltrattamenti, cioè con certificazioni di accessi o ricoveri in ospedale e diagnosi sanitarie, con denunce e varie prescrizioni emanate a loro tutela e per loro incolumità, non ho visto considerare nelle CTU e nella valutazione delle capacità genitoriali gli effetti della violenza e dei traumi sulla vittima, come donna e come madre.

La violenza viene “espulsa” dalla CTU e spostata in una zona d’ombra, altra della donna. In CTU si parla in astratto solo della madre, della donna che ha rapporti “conflittuali” con il padre. Come se fossero due persone diverse.

Vediamo sempre più nei nostri studi donne vittime rese impotenti dai meccanismi di una giustizia che sembra non tener conto delle complessità della vita delle persone.

Sono donne che spesso si ritirano anche dalla CTU dicendoci che “tanto hanno già deciso”, “tanto diranno che sono matta”,  “diranno che non ho fatto”, “che non sono stata capace”, “che avrei dovuto fare”.

Sono donne fragili, incapacitate da anni e da storie di maltrattamenti, rese non autonome e che non credono di farcela.

Così il loro abbandonare, spesso anche per difficoltà economiche, viene visto come la “prova regina”, semmai ce ne fosse stato bisogno, della loro non adeguatezza come madri.

Proprio questo ritiro delle donne, i loro racconti senza speranza della violenza di genere, il non ascolto da parte delle istituzioni e dei professionisti sono stati volano per creare un momento di riflessione su questi temi, in tempi di restrizione dei diritti e di proposte di modifica sulle tematiche dell’affido e delle separazioni.

Violenza domestica e separazioni conflittuali: il corso di formazione

Di violenza domestica e separazioni conflittuali parleremo e discuteremo  nel corso di formazione il 16 novembre 2018 a Padova.

Argomenti sulla violenza di genere di cui tratteremo nel corso:

  • La violenza sulle donne e suo riconoscimento nelle separazioni: aspetti psico-criminologici
  • Maltrattamenti: denuncia, misure cautelari, valutazioni delle prove
  • Accoglienza della denunciante presso un ufficio di polizia.  Uso del SARA PLUS e della check-list E.V.A
  • Trattamento e riconoscimento della violenza in famiglia nei procedimenti di separazione, divorzio e affidamento dei figli
  • Quando la violenza psicologica  si nasconde nelle trame della  cosiddetta alienazione parentale: i risvolti nella valutazione e nel trattamento

 Padova, venerdì 16 novembre 2018 – ore 8.30-13.30

Luogo: Campus universitario Ciels, via Venier , 200- Padova

Vittime di violenza domestica: tutele e sostegni nelle separazioni conflittuali- Formazione

Sono questi i temi del nuovo Corso di formazione promosso da associazione Psicologo di strada  per venerdì 16 novembre 2018, dalle ore 9.00 alle ore 13.30 presso il Campus universitario Ciels, via Venier , 200  a Padova.

Le donne vittime di maltrattamento e violenza domestica rischiano di essere rivittimizzate nei procedimenti di separazione e di affido dei figli. Nelle separazioni conflittuali questo rischio si trasforma in una dolorosa verità che le donne traducono dicendoci che non sono mai credute. I figli minori sono vittime non solo di violenza assistita ma anche e purtroppo spesso testimoni muti ed impotenti, bambini e bambine che sopravvivono a perizie e sentenze che incidono nelle loro vite.

Professionisti interverranno nello specifico su:

  • La violenza sulle donne e suo riconoscimento nelle separazioni: aspetti psico-criminologici
  • Maltrattamenti: denuncia, misure cautelari, valutazioni delle prove;
  • Accoglienza della denunciante presso un ufficio di polizia. Uso del SARA PLUS e della check-list E.V.A
  • Trattamento e riconoscimento della violenza in famiglia nei procedimenti di separazione, divorzio e affidamento dei figli
  • Quando la violenza psicologica si nasconde nelle trame della c.d. alienazione parentale: i risvolti nella valutazione e nel trattamento

Sono in valutazione le richieste dei crediti formativi all’Ordine Assistenti Sociali del Veneto.

L’Ordine degli avvocati di Padova  ha riconosciuti n.3 crediti formativi in materia di diritto civile.

Per informazioni e iscrizioni vai su: http://www.psicologodistrada.it