Persone e relazioni: dalle periferie esistenziali al diritto alla relazione

Oramai più di due anni fa ho avuto l’onore d’intervenire alla Tavola Rotonda "Persone e Relazioni: Periferie Esistenziali" promosso dall’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna per la Giornata nazionale della psicologia 2017.

Nel riflettere sul titolo dell’incontro” Periferie esistenziali”  mi sono venuti in mente i volti dei molti utenti conosciuti grazie all’attività di Sportello che svolgiamo da anni in collaborazione con “Avvocato di strada”   e con altre realtà del territorio padovano.

Incontriamo persone a rischio esclusione sociale, persone vittime di reato, persone autrici di reato, a volte con problematiche di salute mentale, di solitudine, povere, uomini, donne, migranti. Persone ai margini, che vivono delle esistenze periferiche alla comunità, esclusi.

 “Con il termine esclusione sociale si definisce l’impossibilità, l’incapacità o la discriminazione di un individuo nella partecipazione a determinate attività sociali e personali. L’esclusione sociale descrive una condizione di forte deprivazione, determinata dalla somma di più situazioni di disagio. La deprivazione è riconducibile sia alla mancanza di risorse economiche adeguate che ad un accesso limitato ad ambiti sociali come l’educazione, l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’alloggio, la tecnologia, la vita politica ecc.”

Socialmente esclusi sono quegli individui la cui capacità di partecipare pienamente alla vita sociale è fortemente compromessa. Nelle società contemporanee le categorie maggiormente vulnerabili sono: le persone senza fissa dimora, i disabili, i detenuti o ex-detenuti, le persone con dipendenza da sostanze, gli anziani, gli immigrati, i rom, le famiglie numerose o monoparentali, i minori. In tutti i gruppi le donne vivono una situazione di disagio più forte degli uomini. Violenza, stigma sociale, povertà espongono le donne e le ragazze ad un rischio costante di emarginazione.

Sono persone che vedono negati il diritto alla salute, di cittadinanza, i diritti sociali, i diritti umani. Il loro essere “periferici” fa si che sia difficoltosa l’accessibilità ai diritti.  Sono persone fragili e fragili sono le loro possibilità di accesso ai servizi.

La vision di Psicologo di strada

Lavoriamo da anni come “Psicologo di strada” perché crediamo che “Le disuguaglianze in salute sono il frutto dei determinanti sociali di salute, vale a dire originano dalle condizioni sociali nelle quali le persone nascono, crescono, vivono, lavorano e dall’età. Queste includono le esperienze nei primi anni di vita, l’istruzione, la condizione economica, l’occupazione e un lavoro dignitoso, l’alloggio e l’ambiente e sistemi efficaci di prevenzione e cura delle malattie. Siamo convinti che l’azione su questi determinanti, per i gruppi vulnerabili e per l’intera popolazione, sia essenziale per creare inclusione, equità, una società economicamente sana e produttiva. Porre la salute umana e il benessere quali elementi chiave di ciò che costituisce una società più inclusiva ed equa nel 21 ° secolo è in linea con il nostro impegno per i diritti umani a livello nazionale e internazionale” (Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo, 1992).

In più come professionisti riteniamo che “La salute viene creata e vissuta dagli individui nella sfera della loro quotidianità, là dove si gioca, si impara, si lavora, si ama. La salute nasce dalla cura di se stessi e degli altri, dalla possibilità di prendere decisioni autonome e di poter controllare la propria condizione di vita, come pure dal fatto che la società in cui si vive consenta di creare le condizioni necessarie a garantire la salute a tutti i suoi cittadini, (Carta di Ottawa, 1986).

Arrivano persone con bisogni, bisogni multipli, come li chiamo io, bisogni che si sovrappongono, senza ordine ma tutti urgenti e necessari di risposte. Sono bisogni dettati dalla povertà sociale, personale, culturale, di vicende che sono capitate…perchè a tutti può capitare di finire per strada.

Chi sono gli utenti: PERSONE

Abbiamo notato che non esistono dei profili tipici degli utenti, o clienti con caratteristiche simili, e perciò non esistono risposte o modalità tipiche di sportello. L’unico “profilo” che accumuna gli utenti sono le “difficoltà della vita” che poi si trasformano in problemi sociali, spesso quando il welfare e i servizi non rispondono con tempestività o appropriatezza oppure sono assenti.

Per gli utenti emerge innanzitutto una difficoltà di lettura del contesto, anche perché sono timorosi, spesso con pluriproblematicità, a volte c’è molto pudore, specie se trovano allo sportello operatori giovani, che potrebbero essere i loro figli e, si sa, viene difficile raccontare la propria povertà e il proprio fallimento alla gioventù.

Molte delle persone che si rivolgono ai nostri sportelli sono portatrici di problematiche complesse che oltre la “semplice” povertà includono spesso bisogni complessi, problematiche lavorative, abitative, di disagio psichico, familiari, di solitudine, di dipendenza, di salute, etc. per le quali il solo intervento di natura psicologica o legale si rivela insufficiente.

Gli ostacoli all’esercizio dei diritti spesso è di tipo culturale e di presa di coscienza della propria condizione di cittadini con pari dignità, proprio come “gli altri”. Anche se la povertà viene sempre più presentata politicamente e mediaticamente come una discriminante e quasi come una colpa.

Spesso allo Sportello si presentano persone che sono vittime di abusi e prevaricazioni ma che non hanno la percezione di quanto subito, perché tendono a considerarsi “comunque” dalla parte del torto, a sentirsi in colpa per la propria condizione, piuttosto che ad esigere una tutela dei propri diritti.

Accade che dietro una cortina d’aggressività e malfidenza, si nasconda una grande sfiducia in se stessi, nelle istituzioni e nelle persone in generale, nei propri legami e nel senso d’appartenenza alla collettività.

Cosa si fa a Psicologo di strada

Negli sportelli si fa attività di supporto alla persona, in particolare:

  • chiariamo agli utenti i loro diritti sociali esigibili
  • aiutiamo la persona a “prendersi la responsabilità” dell’atto giudiziario (es. sporgere una denuncia, comprenderne le motivazioni e difendersi se ricevuta)
  • supportiamo le persone nell’iter giudiziario
  • rendiamo accessibile il diritto dal punto di vista psicologico
  • chiariamo i limiti dei “diritti personali esigibili”
  • evidenziamo e sosteniamo le responsabilità personali
  • promoviamo empowerment

Ovvero rendiamo vivo e concreto il diritto alla relazione, il diritto all’incontro con l’Altro, che consideriamo centrale rispetto la sua esistenza. Rimettiamo la persona e la relazione al centro del nostro intervento ma soprattutto riposizioniamo  la PERSONA al centro della comunità, nella rete dell’accessibilità dei servizi.

Ovvero cerchiamo con la PERSONA una strada verso un’esistenza non periferica ma che la riporti al centro dei diritti sociali e umani.

In quest’ottica, il mettere a loro disposizione un operatore attento e competente, che riconosca e sappia guidare un colloquio, diventa una risorsa preziosa. Ma non basta!

Serve un supporto comunitario che, partendo da una precisa “lettura” dei disagi, accompagni le persone in un percorso di riappropriazione delle risorse e abilità personali, quindi nel recupero di un ruolo sociale attivo e di cittadinanza.

È necessario che lo Sportello sia inserito nella rete territoriale dei servizi e del privato-sociale. Diventa essenziale il lavoro in equipe multiprofessionale proprio per leggere, decodificare e rispondere ai bisogni complessi.

Come si accoglie e ascolta un utente

Lo psicologo a partire dall’ascolto del problema segnalato dall’utente allo Sportello, effettua un’analisi della domanda al fine di individuare bisogni, disagi inespressi, ed una eventuale ridefinizione della domanda per punti operativi, come abbiamo visto negli schemi precedenti. Solitamente nei casi più complessi possono essere ammessi tre incontri individuali con il professionista individuato.

Importante è ricordare che non tutti gli utenti presentano problematiche di tipo psicologico o di salute mentale anche se vivono o compiono atti per noi inconcepibili. Una buona comunicazione è la premessa per costruire una relazione d’aiuto efficace con gli utenti, i quali allo sportello prima di tutto vogliono incontrare l’essere umano, uomo o donna che sia.

Spesso la frequenza allo sportello è la sola occasione per poter parlare di se stessi, di essere accolti con empatia e senza giudizio. In pratica anche se non condividiamo le scelte di vita o le “giudichiamo sbagliate” non significa che la persona debba essere mandata dallo psicologo con l’obiettivo di curarla, cioè di rimetterla sulla “retta via”!

Per gli operatori diventa un compito difficile perchè si deve andare oltre ciò che viene detto. Si devono ascoltare i silenzi, decodificare le mezze parole, leggere tra i vestiti e le posture e i mezzi sospiri…. l’osservazione della persona e della comunicazione non verbale sono gli unici strumenti per approfondire le cause e le motivazioni che sottendono i bisogni e le richieste.

Ci si avvicina così, attraverso un ascolto delle storie di vita ma poi come aiutare, come sostenere, quali strategie e i percorsi sono veramente dilemmi che mettono in crisi anche gli operatori più esperti.

Spesso alcune storie non raccontano esplicitamente di un bisogno ma sono narrazioni del sè, esprimono desideri e sogni, cercano un ri-conoscimento come persona.

Ecco che riconoscere ad ogni persona il suo Diritto alla relazione significa mettere a disposizione un luogo sicuro, un tempo dedicato, un gesto di cura, un’accoglienza senza giudizio e una parola che cura.

Perché Psicologo di strada?

Per noi professionisti di “Psicologo di strada” lo sportello è una buona occasione per mettere la faccia fuori dai nostri studi e, soprattutto, giù dai divani o lettini per andare incontro nella vita delle persone in difficoltà in un confronto diretto ed empatico, dove la periferia è il “qui e ora” della relazione.   

Perché: “Servono i sognatori, serve qualcuno che indichi, con chiarezza e fermezza, il punto di arrivo, che sappia renderlo concreto, possibile, vicino. Qualcuno che — con la teoria e con la pratica — «forzi» il mondo a cambiare. E «forzare» non ha niente di violento, perché quella che va «forzata» è l’immaginazione, perché si possa davvero credere che sì, è possibile superare l’antropocentrismo — l’uomo padrone che può fare del mondo ciò che vuole — per costruire «una nuova narrazione per il nostro futuro», come scrive il filosofo Leonardo Caffo”

Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria i diritti dell’uomo sono violati.  Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro[1],

Padre Joseph Wresinski

[1] Frase incisa su una lapide il 17 ottobre 1987 a Parigi in commemorazione delle vittime della miseria.

 

 

La vittima di stalking e il danno psicologico

Lo stalking produce un danno psicologico alle vittime.

La continua e ripetuta  violazione della libertà personale posta in essere mediante stalking può condurre a reazioni psichiche delle vittime, con importanti modificazioni ed alterazioni della sfera emotiva, affettiva e relazionale. Questa condizione può determinare e sfociare in un vero e proprio disturbo psicopatologico.

Il fatto che lo stalking spesso si protragga per molti mesi o anni lo distingue da altri crimini interpersonali “acuti”, per esempio lo stupro o la rapina che si verificano una sola volta in uno spazio di tempo relativamente breve. Lo stalking per essere tale  è, per sua stessa natura, “cronico”.

Le vittime vivono come in una gabbia, si sentono prigioniere di una rete che le controlla e le opprime.

A causa di questa “cronicità” dei reiterati e persistenti comportamenti di stalking, le vittime sempre vivono in uno stato di minaccia, di pericolo. A volte, nei casi più invasivi o nelle vittime più esposte,  questo stato di allerta perdura per molto tempo anche dopo che i comportamenti di stalking hanno avuto fine.

Le vittime poi possono essere anche le persone attorno alla “vittima primaria“.  Lo stalking infatti è un comportamento che può coinvolgere anche familiari, parenti e amici della persona presa di mira, mettendoli in pericoli e riducendo drasticamente la loro qualità di vita.

Purtroppo sono ancora scarse le ricerche volte a stilare i fattori di rischio di vittimizzazione, eccetto la maggior probabilità per il sesso femminile.

Classificazione delle vittime

Pathè, Mullen e Purcell classificano le vittime secondo la relazione con l’aggressore e il contesto iniziale delle molestie:

  • Ex-Partner: la vittima è tipicamente una donna, benché non manchino casi di uomini perseguitati da ex-mogli. C’è anche una piccola percentuale di stalking perpetrato anche da aggressori dello stesso sesso della vittima. Vista la precedente relazione sentimentale con il molestatore, queste vittime sono soggette a lunghi periodi di molestia, e sono più probabilmente oggetto di violenza fisica. Spesso oltre allo stress emotivo, le vittime sviluppano un forte senso di colpa, credendo di aver istigato il comportamento dello stalker.
  • Amici e conoscenti casuali: la vittima è generalmente un uomo, preso di mira dopo un incontro occasionale. Lo stalking è poco persistente e non arriva quasi mai alla violenza fisica.
  • Professionisti: senza distinzione di genere, possono diventare bersaglio di stalking tutti quei professionisti che lavorano in contatto con persone sole, vulnerabili o disturbate mentalmente. Insegnanti, avvocati o infermieri ne sono un esempio, sebbene le categorie più a rischio siano rappresentate da psicologi e psichiatri. Operano in questa categoria stalker “incompetenti”, “in cerca di intimità” o “rifiutati”, soggetti quindi, incapaci, di rispettare il confine della relazione terapeutica il cui eventuale termine può costituire un momento di stress e un vissuto abbandonico facilmente interpretabile come un rifiuto.
  • Sconosciuti: le vittime perseguitate da sconosciuti corrono un minor rischio di violenza fisica. Però i sentimenti più frequenti che le vittime provano sono quelli di confusione e disorientamento per l’incapacità di dare un senso alle persecuzione e all’identità dello stalker tanto che diventa perfino difficile uscire di casa.
  • Persone famose: le vittime sono persone con una grande visibilità pubblica e mediatica come attori, modelle, cantanti, campioni sportivi o politici.
  • False vittime: le vittime inventano lo stalking come conseguenza sia di una patologia (deliri o disturbi fittizi) sia di una consapevole macchinazione ai danni di qualcun altro.

Danni psicologico alle vittime di stalking

La letteratura scientifica avverte che lo stalking può comportare l’insorgenza di quadri di interesse psicopatologici:

  • i quadri più comuni sono rappresentati dai Disturbi dell’Umore (Disturbo dell’Adattamento, Disturbo Distimico e Disturbo Depressivo Maggiore), dai Disturbi d’Ansia (Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Post Traumatico da Stress-DPTS- e Disturbo da Attacchi di Panico) e dai Disturbi Somatoformi;
  • mutamenti caratteriali con comparsa o accentuazione di sospettosità, paurosità, introversione, stato di allarme;
  • la tipica triade sintomatologica caratterizzata da hopelessness (mancanza di speranza), helplessness (senso di non poter essere aiutati) e worthlessness (sentimento di autosvalutazione);
  • paura, vergogna, senso di perdita, minor fiducia negli altri, senso di isolamento.

Nel campione di Purcell et al., un terzo delle vittime manifestava ancora problemi psico-patologici ad un anno dalla fine dello stalking.

In particolare, alcuni Autori descrivono una vera e propria sindrome specifica nella vittima di stalking, definita S.T.S. (Stalking Trauma Syndrome) e caratterizzata da aspetti analoghi ad altre fattispecie quali il disturbo post traumatico da stress (DPTS), la sindrome da maltrattamento e la sindrome da trauma da rapimento.

 

  • Bibliografia di riferimento
  • Curci G., Galeazzi G.M., Secchi C., La sindrome delle molestie assillanti (stalking), Bollati Boringhieri, 2003. ENVIS, Network Europeo sulle Vittime del Crimine, Vittime del crimine. Diritti ed esperienze di supporto in Europa, 2007
  • Hall D.M., The victims of stalking, 1998.In: Meloy JR, ed. The Psychology of Stalking: Clinical and Forensic Perspectives. San Diego: Academic Press; 1998:113-137
  • Kamphuis JH, Emmelkamp PMG. Traumatic Distress Among Support Seeking Female Victims of Stalking. Am. J. Psychiatry, 2001; 158: 795-798.
  • Meloy JR. Stalking: the state of the science. CrimBehavMent Health 2007;17:1-7.
  • Meloy JR., Stalking (obsessional following): a rewiew of some preliminary studies. Aggression Violent Behav., 1996; 1: 147-162.
  • Meloy JR., Stalking: an old behavior, a new crime. Psych. Clin. North Am. 1999; 22.
  • Meloy JR., The psychology of stalking: clinical and forensic perspectives, San Diego, Academic Press, 1998
  • Meloy JR., The scientific pursuit of stalking. Specialized training service. San Diego, CA: Academic Press 2006.
  • Meloy JR., Violence risk and threat assessment. San Diego: Specialized Training Services 2000.
  • Mullen P, Pathè M, Purcell R, et al. Study of stalkers. Am J Psychiatry 1999;156:1244-9.,
  • Mullen P, Pathè M, Purcell R. Stalkers and their victims. Cambridge: Cambridge University Press 2000. In Palmieri G., Giannini M., Propensione allo stalking: un nuovo strumento di misura, GiornItalPsicopat2010;16:182-191

Intervista a Radio Canale Italia

In novembre sono stata ospite a Radio Canale Italia per un‘intervista.

Ho raccontato del mio lavoro di psicologa giuridica e dell’attività a sostegno e tutela delle vittime di violenza e maltrattamento nelle relazioni affettive.

Un tema quanto mai attuale.

L’intervista, una piacevole chiaccherata, è andata in onda Domenica 09/12/2018, a partire dalla mezzanotte.

L’audiovideo dell’intervista la potete vedere e ascoltare cliccando su:

 

 

Buon ascolto!

Formazione al rischio aggressione e violenza in sanità

Nei Corsi di formazione che da due anni sto proponendo per medici, infermieri, operatori socio-sanitari  in diverse realtà sanitarie e socio-sanitarie tratto del Rischio di Aggressione nel posto di lavoro.

E’ un tema sempre più sentito tanto che  «Le aggressioni ai danni di medici e personale sanitario saranno uno degli argomenti al centro del Piano di Ricerca 2019-2021 dell’INAIL»  ha annunciato il direttore generale dell’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro.

Nei corsi trasmetto conoscenze specifiche sul ciclo dell’aggressione e sulla rabbia, sul cosa fare e come fare per gestire nell’immediatezza dell’aggressione. Questo per la tutela dei lavoratori non è sufficiente.

Ma servono misure tecnologiche ed organizzative aziendali. Le Direzioni sanitarie devono dare indicazioni per la predisposizione di procedure operative di analisi della minaccia, di risk assessment e risk management.

Le aziende sanitarie devono adeguarsi nell’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza del lavoro e aggiornare il Documento della Valutazione dei Rischi in tale senso.

Le linee di azione si devono indirizzare nelle tre aree:

  • safety
  • security
  • comunicazione e psicologia

Agli operatori servono tecniche operative utili per gestire le situazioni critiche e per rapportarsi con gli utenti aggressivi. Si provano tecniche di de-escalation e di talk down, di riconoscimento delle emozioni e di comunicazione assertiva.

Durante la formazione condivido strumenti utili alla rilevazione dell’aggressività, alla misurazione del rischio di aggressione e strumenti di prevenzione.

La formazione alle aggressioni sul posto di lavoro segue lo specifico riferimento alla normativa vigente sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (Dlgs 81/08),  e le linee guida ed indicazioni nazionali ed internazionali:

  •  Raccomandazione n.8/2007 del Ministero della Salute italiano
  • linee guida 2015 NICE (National Institute for Health and Care Excellence) sulla gestione del paziente aggressivo
  • linee guida OSHA (Occupational Safety Health Administration) per la prevenzione degli episodi di violenza sul lavoro
  • Raccomandazione n.205 dell’ILO “Occupazione e lavoro dignitoso per la pace e la resilienza”.

I moduli formativi sono adattabili e validi ai fini dell’aggiornamento anche per addetti che, secondo Normativa Vigente (Dlgs 81/08 ), sono direttamente coinvolti nella Valutazione, Prevenzione e Vigilanza del Rischio.

Specifico che sono una docente abilitato per la formazione relativa al Dlgs 81/08. Sono in possesso dei requisiti previsti dalla normativa sulla formazione riguardante la sicurezza nei luoghi di lavoro per lo svolgimento della funzione di Docente per corsi nella materia di cui all’Accordo Stato – Regioni n. 221-223 del 21 Dicembre 2011, Criterio 2E – Area relazioni/comunicazioni. 

Alcuni punti trattati nei miei corsi:

  • riconoscere e gestire le persone aggressive
  • interventi di prevenzione, organizzativi, procedure, la gestione, nello specifico:

-analisi ed individuazione dei fattori di rischio (soggettivi, oggettivi, situazionali, ambientali, etc.) e degli eventi-sentinella

-valutazione del rischio di aggressione

-modello incident reporting e procedure di segnalazione

 

Misure di prevenzione agli stalker

Il Tribunale di Milano ha comminato ad un presunto stalker, ad una persona indiziata, una misura di “sorveglianza speciale per pericolosità sociale”.

A Milano per Stalking: una delle prime applicazioni della misura di prevenzione della sorveglianza speciale.

La  “Sezione autonoma misure di prevenzione” del Tribunale di Milano, presieduta dal giudice Fabio Roia, ha applicato al presunto stalker   la misura di sorveglianza speciale per pericolosità sociale. L’uomo, accusato di atti persecutori nei confronti della ex compagna, è imputato. Contro di lui ci sono due procedimenti in corso: uno per stalking, l’altro per violenza sessuale. L’uomo non è stato condannato in nessuno dei due casi.

Il cambiamento introdotto dalla legge n.161/17

A seguito dell’entrata in vigore della recente legge 17 ottobre 2017, n. 161, di riforma del Codice antimafia, agli indiziati di stalking potranno essere applicate nuove misure di prevenzione. In particolare, sarà applicabile la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, cui può essere aggiunto, se le circostanze del caso lo richiedano, il divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale o in una o più province. Quando le altre misure di prevenzione non siano ritenute idonee può essere imposto all’indiziato di atti persecutori l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale. Infine, con il consenso dell’interessato, anche allo stalker potrà essere applicato il c.d. braccialetto elettronico, una volta che ne sia stata accertata la disponibilità.”

I giudici del Tribunale di Milano hanno deciso di applicare al presunto stalker  la misura di sorveglianza speciale per pericolosità sociale sulla base della riforma del codice antimafia, Legge n. 161 del 2017. La legge n. 161/17 ha esteso l’applicabilità delle misure di prevenzione anche ad altre fattispecie, tra le quali quella prevista dall’art. 612 bis c.p., anche in considerazione dell’allarme sociale che questi reati suscitano.

Viene applicata una misura senza condanna: “Stalker come mafiosi”: sorveglianza speciale senza condanna/ Tribunale Milano: “rischio femminicidio”.

La sentenza completa del Tribunale di Milano “Prevenzione speciale per imputato di stalking (Trib. Milano N. 58/18 R.G.M.P)” è scaricabile qui.

È una sentenza importante poiché applica una misura di prevenzione ad una persona imputata  di stalking. I giudici hanno individuato concreti ed attuali elementi sintomatici ed indicatori di pericolosità sociale.

L’obbiettivo dichiarato nella sentenza è dare alla vittima una maggiore sicurezza e una tutela concreta. Sicurezza  oltre quanto disposto nelle eventuali misure cautelari.

Punti critici dell’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale allo stalking 

Punto critico per la difesa del presunto stalker:

  • viene imposta ad una persona indiziata una misura di “sorveglianza speciale per pericolosità sociale”. Il soggetto è in qualche modo “riconosciuto come pericoloso” senza che ci sia stato un processo e senza una condanna di primo grado. Viene ritenuto pericoloso senza che sia stato davvero condannato per aver commesso il fatto.
  • E se la persona durante il processo non è ritenuta colpevole? Intanto è stata ritenuta pericolosa socialmente e limitata nella sua possibilità e libertà di movimento.

Pericolosità sociale e tutela della vittima

Per la maggior tutela della vittima quali interventi per limitare o diminuire la pericolosità sociale del soggetto sono messi in atto?

Ovvero terminata la limitazione  di movimento il presunto autore sarà di nuovo libero.  Libero di riprendere i suoi “soliti” comportamenti poichè nulla è stato fatto con lui per ridefinire i concetti di violenza, di aggressività, di sopruso, di reato, di legalità. Nulla è stato fatto perchè prenda coscienza del disvalore giuridico e sociale dei propri comportamenti. Gli resterà  “solo” la rabbia di aver subito un sopruso.

Fondamentale è il trattamento, un momento di revisione del proprio comportamento.

Lasciare le persone a rischio di commettere reati a se stesse significa pensare ad una società che deve rinchiudere per sempre i soggetti-autori di reati ma anche gli indiziati.

Allo scadere della misura restrittiva questi soggetti poi rientrano nella comunità e nella quotidianità, e intrecciano relazioni affettive, amorose, genitoriali, di lavoro, etc..  E saranno ancora una volta relazioni abusanti, violente e stalkizzanti. Perché questi attori sono capaci di comportarsi e di gestire le relazioni affettive, amicali e genitoriali solo usando prevaricazione e aggressione.

Reati sentinella, stalker e interventi psico-criminologici

I comportamenti di molestie e poi di stalking possono esssere considerati reati c.d. sentinella. Reati che anticipano condotte lesive fino all’omicidio.

Il trattamento per i presunti stalker o autori di reato di stalking e di comportamenti aggressivi è sempre più richiesto dagli avvocati difensori.   E’ fondamentale che l’approccio trattamentale si basi  sulle maggiori evidenze scientifiche. A Padova gli stalker sono seguiti secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI).

Interventi di prevenzione

Il giudice Roia nel suo libro Crimini contro le donne: Politiche, leggi, Ibuone pratiche” invita anche all’intervento trattamentale sull’autore di reato nella fase di cognizione. Ovvero l’imputato, qualora non siano presenti psicopatologie che incidano negativamente sulla capacità d’intendere e di volere, deve-può essere trattato. Il trattamento è necessario per acquisire la percezione del disvalore giuridico e sociale del comportamento in ottica di prevenzione della recidiva. E sono trattamenti sul riconoscimento e consapevolezza delle emozioni e dei comportamenti aggressivi e violenti, di rieducazione alla socialità e di riduzione del rischio della recidiva.

La partecipazione ai programmi di trattamento ha effetti anche per la vicenda giudiziaria del soggetto. in particolare:

Quando l’imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi del territorio il responsabile del servizio ne dà comunicazione al P.M. e al Giudice ai fini della valutazione (attenuazione delle esigenze cautelari).

L’indagato sottoposto ad una misura cautelare non detentiva accetta un’osservazione trattamentale per poter ottenere dei benefici sul piano dell’attenuazione o revoca della misura coercitiva adottata. L’osservazione va da sé che deve essere rigorosa e strutturata per evitare manipolazioni o adesioni strumentali al fine di ottenere benefici.

L’importanza dei reati c.d. sentinella del maltrattamento

Il giudice Roia parla anche d’interventi per anticipare la soglia di osservazione dei reati c.d. sentinella del maltrattamento. Ovvero di quelle situazioni violente e aggressive segnalate da diversi agenti istituzionali o sociali che arrivano al Questore il quale può procedere all’ammonimento, cioè con un ordine di cessazione della condotta violenza, dell’autore di fatto.  E l’intervento trattamentale può essere proposto in fase di ammonimento o addirittura rafforzare l’atto amministrativo dell’ammonimento con un’ingiunzione trattamentale.

Questo perché alcuni comportamenti e modalità di comunicazione del presunto stalker sono da considerare “eventi sentinella” cioè eventi che preludono a quell’escalation del comportamento di stalking e violenza che ben conosciamo.

Diventa  importante ai fini della prevenzione di violenza e maltrattamento riconoscere i reati c.d. sentinella, le comunicazioni violente e tutti i comportamenti molesti che possono diventare reato di stalking. Quindi  abbinare all’ammonimento del Questore dei colloqui psico-criminologici è fondamentale. Questi colloqui servono per limitare ed effettivamente intervenire sulla prevenzione della commissione dei reati. Interventi preventivi per la tutela della vittima piuttosto che  repressione dei comportamenti quando già sono avvenuti e la vittima ha già subito un danno.

Il Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI)

I colloqui trattamentali indagano gli aspetti criminogenetici e criminodinamici del comportamento persecutorio e/o violento e perciò sono la base per la valutazione del rischio di commissione reato. Il trattamento molto importanteper la tutela della vittima.

Inoltre, la letteratura indica diverse tipologie di stalker, diverse tipologie di maltrattanti e abusatori e durante il colloqui si chiariscono questi aspetti. Definire   le tipologie, le categorie è essenziale per la scelta degli interventi più efficaci.

Anche a Padova esiste la possibilità del trattamento per i presunti stalker o autori di reato di stalking e di comportamenti aggressivi.  Gli indiziati e gli indagati sono seguiti secondo il modello del Trattamento psico-criminologico integrato (TPCI) che si basa sulle maggiori evidenze scientifiche.

Gli incontri sono individuali proprio per aderire alle richieste  cautelari,  o delle indicazioni dell’ammonimento o in base alle esigenze socio-personologiche del soggetto.

Gli incontri di Trattamento psico-criminologico integrato sono settimanali, con monitoraggio continuo e frequenti valutazioni del rischio per una completa tutela della vittima. Il trattamento dura dai 9 ai 12 mesi.

Fondamentale è il continuo contatto e confronto con il difensore o gli Enti preposti invianti.

 

Violenza domestica e separazioni conflittuali: corso di formazione a Padova

Il corso di formazione Vittime di violenza domestica: tutele e sostegni nelle separazioni conflittuali in partenza a Padova il 16 novembre 2018 nasce dal riconoscimento dei bisogni delle donne maltrattate che si rivolgono a noi per essere seguite nelle cause di separazione.

Le vittime di violenza domestica sono donne sole, spesso povere, sempre “infragilite” da episodi o da anni di violenza di genere; e maltrattamento nelle relazioni familiari.

L’essere vittima di violenza di genere da parte di altro essere umano con il quale si hanno relazioni affettive  e fiduciarie, in modo costante e in tutti gli ambiti della vita ha un effetto traumatico importante.

La violenza di genere effetti bio-psico-sociali, che compromettono e disorganizzano l’equilibrio della vittima, amplificandone le fragilità, creandone di altre ampliando le sue preesistenti fragilità.

Arrivano a noi per cause di separazioni “conflittuali”, ovvero separazioni dove la violenza e il maltrattamento subìto vengono  minimizzati, non riconosciuti come reati e ridefiniti come “conflitti”.

Le donne a  volte sono vittime fragili ma sono viste sempre come colpevoli.

La situazione delle donne vittime di maltrattamento durante le separazioni, presentate sempre come “conflittuali”, a volte è definibile solo come vittimizzazione secondaria, cioè vittimizzazione ad opera delle istituzioni e della cultura dominante.

La vittimizzazione secondaria è intesa quando la vittima, cioè la persona che ha subito un reato, diviene vittima ancora una volta quando entra in contatto con il sistema delle istituzioni e del sistema giudiziario.

Ciò troppo spesso accade alle donne vittime di maltrattamento:  spesso diventano vittime secondarie a seguito dei metodi usati nei loro confronti durante la raccolta delle denunce, durante le valutazioni dei servizi e nelle Consulenze tecniche d’ufficio (CTU) per l’affido dei figli.

Gli effetti di questa vittimizzazione secondaria sono variabili e sono conseguenze sfavorevoli ad uno sviluppo e mantenimento relazionale ed emozionale equilibrato che le donne e i loro figli subiscono.

Accade anche che gli effetti della vittimizzazione secondaria sono talmente elevati da pregiudicare il risultato positivo della richiesta giudiziaria di tutela.

Vittime di violenza domenistica: cosa accade alle donne

Molte donne maltrattate, e specialmente se hanno figli minori, rinunciano alle azioni giudiziarie di denuncia proprio perché sanno che non saranno credute, non saranno ascoltate, non verrà riconosciuto loro di essere state vittime primarie di un reato ma soprattutto verrà discusso se sono state “buone madri” o meno. Se “almeno” sono state in grado di tutelare e difendere i figli.

Dico “almeno” perché in contesti di CTU viene spesso usata questa frase a seguire dalla mera constatazione che “si, forse la signora ha subito maltrattamento ma… parliamo del fatto se è una buona madre”! Quasi che si parlasse di due persone diverse!

La vittimizzazione secondaria è reale e concreta quando il contesto istituzionale e culturale viene a ledere la vittima e a frustrare suo desiderio di giustizia.

La vittimizzazione secondaria colpisce sempre più le persone fragili soprattutto donne maltrattate che sono soprattutto donne infragilite dal lungo periodo di maltrattamento e di violenza domestica.

Richiamo che la violenza domestica è violenza fisica, psichica, relazionale, sociale, economica e spirituale, specie quando riesce a fare si che la vittima non si riconosca più come persona, ovvero come portatrice di autonomie, di diritti  e come distinta e separata dal suo maltrattante.

Spesso sono donne che, valutate nelle loro capacità genitoriali, vengono accusate di non essere state in grado di tutelare i figli ma soprattutto sono accusate di essere “cattive madri”, o madri non competenti, o peggio, madri che agiscono alienazione parentale. Ovvero di non tutelare abbastanza la figura maschile, la figura del padre dei propri figli.

Alle donne vittime di maltrattamento viene chiesto di tutelare agli occhi del minore la figura paterna, proprio quel padre che il minore spesso ha visto che picchiava la mamma o che comunque la maltrattava.

Alle donne è chiesto proprio come compito di una buona madre, in nome della genitorialità e per il supremo bene dei figli. Perché, viene loro spiegato, “è sempre il padre dei tuoi figli e il conflitto è tra voi”.

Donne maltrattate: la negazione di violenza e maltrattamenti

Quindi vi è una negazione della violenza e dei maltrattamenti. Si parla più facilmente di conflitto, ovvero di un comportamento, non di un reato, che è agito tra due persone alla pari.

La violenza e il maltrattamento in famiglia invece sono azioni di potere e controllo su una vittima, ovvero tecnicamente sono focus e problematiche diverse.

Durante le CTU spesso vengono poste domande ad indagare come mai la signora non se n’è andata prima, come mai non ha risorse psicologiche, come mai prende antidepressivi o tranquillanti, e le risposte della donna servono “solo” a rinforzare l’ipotesi che non è in grado di tutelare i figli e la figura del padre, quindi…. non è una buona madre e pazienza se è stata maltrattata ma chissà lei cosa ha fatto.

Ovvero quando viene sollevato il problema della violenza domestica o della tutela dei minori che assistono, i professionisti (molte di genere femminile) spesso tendono a ignorarlo, minimizzarlo o a non tenerlo nella dovuta considerazione.

Le vittime di violenza domestica sono donne  che vengono inoltre giudicate per la loro moralità e per come si vestono, per come si truccano, per come cucinano, per le loro unghie lunghe magari laccate, per le (molte?) storie di fidanzati come se queste informazioni le rendessero più o meno credibili, più o meno 2capaci” di essere buone madri.

Nei casi di separazione dove le donne erano chiaramente vittime di violenza e maltrattamenti, cioè con certificazioni di accessi o ricoveri in ospedale e diagnosi sanitarie, con denunce e varie prescrizioni emanate a loro tutela e per loro incolumità, non ho visto considerare nelle CTU e nella valutazione delle capacità genitoriali gli effetti della violenza e dei traumi sulla vittima, come donna e come madre.

La violenza viene “espulsa” dalla CTU e spostata in una zona d’ombra, altra della donna. In CTU si parla in astratto solo della madre, della donna che ha rapporti “conflittuali” con il padre. Come se fossero due persone diverse.

Vediamo sempre più nei nostri studi donne vittime rese impotenti dai meccanismi di una giustizia che sembra non tener conto delle complessità della vita delle persone.

Sono donne che spesso si ritirano anche dalla CTU dicendoci che “tanto hanno già deciso”, “tanto diranno che sono matta”,  “diranno che non ho fatto”, “che non sono stata capace”, “che avrei dovuto fare”.

Sono donne fragili, incapacitate da anni e da storie di maltrattamenti, rese non autonome e che non credono di farcela.

Così il loro abbandonare, spesso anche per difficoltà economiche, viene visto come la “prova regina”, semmai ce ne fosse stato bisogno, della loro non adeguatezza come madri.

Proprio questo ritiro delle donne, i loro racconti senza speranza della violenza di genere, il non ascolto da parte delle istituzioni e dei professionisti sono stati volano per creare un momento di riflessione su questi temi, in tempi di restrizione dei diritti e di proposte di modifica sulle tematiche dell’affido e delle separazioni.

Violenza domestica e separazioni conflittuali: il corso di formazione

Di violenza domestica e separazioni conflittuali parleremo e discuteremo  nel corso di formazione il 16 novembre 2018 a Padova.

Argomenti sulla violenza di genere di cui tratteremo nel corso:

  • La violenza sulle donne e suo riconoscimento nelle separazioni: aspetti psico-criminologici
  • Maltrattamenti: denuncia, misure cautelari, valutazioni delle prove
  • Accoglienza della denunciante presso un ufficio di polizia.  Uso del SARA PLUS e della check-list E.V.A
  • Trattamento e riconoscimento della violenza in famiglia nei procedimenti di separazione, divorzio e affidamento dei figli
  • Quando la violenza psicologica  si nasconde nelle trame della  cosiddetta alienazione parentale: i risvolti nella valutazione e nel trattamento

 Padova, venerdì 16 novembre 2018 – ore 8.30-13.30

Luogo: Campus universitario Ciels, via Venier , 200- Padova

Vittime di violenza domestica: tutele e sostegni nelle separazioni conflittuali- Formazione

Sono questi i temi del nuovo Corso di formazione promosso da associazione Psicologo di strada  per venerdì 16 novembre 2018, dalle ore 9.00 alle ore 13.30 presso il Campus universitario Ciels, via Venier , 200  a Padova.

Le donne vittime di maltrattamento e violenza domestica rischiano di essere rivittimizzate nei procedimenti di separazione e di affido dei figli. Nelle separazioni conflittuali questo rischio si trasforma in una dolorosa verità che le donne traducono dicendoci che non sono mai credute. I figli minori sono vittime non solo di violenza assistita ma anche e purtroppo spesso testimoni muti ed impotenti, bambini e bambine che sopravvivono a perizie e sentenze che incidono nelle loro vite.

Professionisti interverranno nello specifico su:

  • La violenza sulle donne e suo riconoscimento nelle separazioni: aspetti psico-criminologici
  • Maltrattamenti: denuncia, misure cautelari, valutazioni delle prove;
  • Accoglienza della denunciante presso un ufficio di polizia. Uso del SARA PLUS e della check-list E.V.A
  • Trattamento e riconoscimento della violenza in famiglia nei procedimenti di separazione, divorzio e affidamento dei figli
  • Quando la violenza psicologica si nasconde nelle trame della c.d. alienazione parentale: i risvolti nella valutazione e nel trattamento

Sono in valutazione le richieste dei crediti formativi all’Ordine Assistenti Sociali del Veneto.

L’Ordine degli avvocati di Padova  ha riconosciuti n.3 crediti formativi in materia di diritto civile.

Per informazioni e iscrizioni vai su: http://www.psicologodistrada.it

Contro la violenza alle donne: Corso gratuito

La violenza di genere nel sistema dell’urgenza: dal riconoscimento alla risposta operativa è il corso promosso dalla Scuola di Sanità Pubblica della Regione Veneto.

I professionisti della salute devono essere sensibilizzati rispetto al tema della violenza di genere e devono essere fornite loro le conoscenze e gli strumenti per intercettare in modo più efficace i casi di violenza.

Nel Corso della durata di due giornate e completamente gratuito saranno trattati i seguenti temi:

  • Il fenomeno della violenza di genere
  • La comunicazione con la vittima di violenza
  • Le procedure di riferimento nei casi di violenza sessuale
  • La rete intra ed extra ospedaliera
  • Gli aspetti medico-legali nella violenza di genere e sessuale
  • Il ruolo delle forze dell’ordine
  • La valutazione del rischio di recidiva di violenza
  • Il ruolo del Centro Antiviolenza
  • Le linee guida ministeriali

Onorata e orgogliosa di essere tra i formatori.

Il corso prevede un numero massimo di 30 partecipanti, ripartiti tra le figure professionali di seguito indicate:

FIGURE PROFESSIONALI

  • Medici e Infermieri di PS e SUEM dell’Azienda ULSS di appartenenza (ed ev. limitrofe)
  • Personale medico, infermieristico e ostetrico della stessa Azienda sanitaria e afferenti alle seguenti UO e Servizi: Medicina legale, Pediatria, Ostetricia e ginecologia, Malattie Infettive, Distretti socio-sanitari
  • Psicologi, Assistenti sociali e Avvocati operanti nei Centri Antiviolenza
  • Medici di medicina generale
  • Rappresentanti delle forze dell’ordine
  • Farmacisti

Per scaricare il programma completo clicca qua.

Per iscriverti clicca qua.

Violenza sulle donne, c’è un disegno di legge che non tutela le donne maltrattate

Le donne italiane – oltre a rischiare di essere vittime della violenza di genere – sono a rischio di una consolidata e progressiva violenza istituzionale.

Su questo tenore va collocata la proposta del nuovo disegno di legge, firmato dal senatore Simone Pillon, che ha come obiettivo quello di rivoluzionare il diritto di famiglia, modificando il rapporto fra genitori separati e prole.

Il punto che mi preme sottolineare riguarda la riforma dell’affido condiviso  e l’obbligo della mediazione familiare per coppie con figli. Le norme previste dal disegno di legge valgono se la coppia non raggiunge un accordo.

Violenza sulle donne e separazione dal marito: la mediazione è dannosa

Nelle dichiarazioni di Pillon la previsione di un percorso obbligatorio di mediazione familiare dovrebbe indirizzare ad una separazione più rispettosa dei diritti dei figli. Tuttavia ritengo che la proposta di legge del senatore Pillon sia una assoluta negazione del riconoscimento delle forme di violenza di genere.

Non solo. Quando ci sono denunce di violenze, di stalking, di lesioni tra i coniugi o ex coniugi che mediazione è possibile? Quando uno dei due interlocutori è assoggettato all’altro – o vive nel terrore di essere picchiato o di perdere i figli – che significato ha la mediazione se non quello di rinforzare il maltrattante, come se ne avesse bisogno?

Se in un colloquio di mediazione emergono maltrattamenti o lesioni, magari avvenute davanti ai figli minori, il mediatore ha l’obbligo di segnalazione, in quanto reati. E quindi cosa significa obbligare alla mediazione?

Non dimentichiamo inoltre che secondo il ciclo della violenza se la coppia sta attraversando la cosiddetta “luna di miele”, il mediatore non si accorgerà della violenza domestica. E rinforzerà nella relazione violenta i ruoli e le dinamiche disfunzionali della coppia.

In più la persona violenta è proprio quella che richiede l’intervento di mediazione spesso per avere l’opportunità “legale” di continuare a controllare e agire potere sulla vittima. Quest’ultima non riesce così ad uscire da questo legame vischioso, aumentando il rischio per la propria incolumità.

Questa proposta di legge non sembra conoscere le dinamiche della violenza di genere (gender-based violence), anzi  non riconosce il genere in ottica assolutamente maschilista e patriarcale che ci riporta indietro nel tempo.

Non conosce  che la mancanza di equilibrio e di potere determina la differenza fra conflitto e violenza: “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”… “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini” (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne e della violenza domestica – Council of Europe Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence, 11 maggio 2011, CM(2011) 49 final, CETS no. 210, nota come Convenzione di Instanbul)

È sempre la Convenzione di Istanbul,  ratificata dall’Italia che indica:

Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza

1       Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

2       Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

Articolo 33 – Violenza psicologica

Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionale mirante a compromettere seriamente l’integrità psicologica di una persona con la coercizione o le minacce.

Articolo 48 –    Divieto di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti o di misure alternative alle pene obbligatorie

1       Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

2       Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo destinate a garantire che, se viene inflitto il pagamento di una multa, sia debitamente presa in considerazione la capacità del condannato di adempiere ai propri obblighi finanziari nei confronti della vittima.

Il nuovo disegno di legge, firmato dal senatore Simone Pillon, nel voler rivoluzionare il diritto di famiglia, modificando il rapporto fra genitori separati e prole, arriva a disconoscere quindi la violenza sulle donne. E peggiora, anziché migliorare, la loro condizione quando vittima di maltrattamenti e in una posizione di inferiorità rispetto al marito.